Avviso a tutti: insegnanti, genitori, personaggi pubblici, uomini politici. I ragazzi ci guardano (e ci giudicano) implacabilmente. Il fatto che non abbiano alle spalle una sezione di partito, un’appartenenza, una storia politica significativa e connotata omogeneamente, non vuol dire che rinuncino ad esercitare giudizio critico.

I giorni di protesta che hanno caratterizzato le ultime settimane e che ancora si prolungano in alcune scuole – occupazioni, autogestioni, cogestioni, lezioni all’aperto – ci raccontano una generazione che ha voglia di impegnarsi e – soprattutto – di capire. Una generazione non sconfitta dalla nostra inerzia, né dal grottesco teatrino che i media proiettano quotidianamente quando ci parlano di  politica. E dalla recita che gli attori più telegenici della compagnia portano avanti.

È un momento buono per incoraggiare questa miracolosa – perché indipendente da “buoni maestri”, che latitano – tensione politica che attraversa chi tra i nostri ragazzi (e non sono pochi) ha compreso che le iniziative hanno senso solo se sono accompagnate da consapevolezza e coscienza critica.

Andreas Iacarella è uno degli studenti del Pilo Albertelli, liceo classico di Roma, che ha animato la recente protesta studentesca. Ha inviato una lunga lettera ad alcuni quotidiani che commentavano la notizia  della visita di Massimo D’Alema presso l’istituto romano. Una lettera lunga, non pubblicata, che merita di essere letta, specie in certi passaggi, perché rappresenta un monito per tutti noi. E fa riflettere.

“Sono stato molto attento durante tutto il dibattito, con la penna pronta per segnare i passaggi più importanti, un bel lavoro in conclusione: sei pagine fitte fitte di appunti. Ma ora che mi sono apprestato a rileggerle mi è sorta spontanea una questione: se gli stessi temi li avesse trattati con un giornalista de La Repubblica o del Tg2, che differenze ci sarebbero state?

Un linguaggio accuratamente equilibrato, un parlare disposto sin dalle prime battute alla difesa, mai un accenno di critica seria all’operato del centrosinistra (…)  Ma si rendeva conto di essere davanti ad una platea di studenti o credeva di avere sempre a che fare con i soliti giornalisti cacciatori di discordie? (…) Quello che credevo sarebbe stato un incontro di crescita, una lezione sulla vera politica (lo ammetto, mi ero illuso) si è trasformato in un prevedibile teatrino, una partita a ping pong dove più importante di trasmettere un qualsiasi messaggio era parare i colpi e controbattere, sguardo basso e dritti all’obiettivo: uscire da questa lezione senza aver discusso nulla ed essendosi pubblicizzato molto. Da lodare senza dubbio l’eccellente abilità nel condurre il discorso sui “territori” più tranquilli, evitando accuratamente gli aspetti più spinosi delle domande degli studenti.

Deludente a dir poco, tanto che viene da chiedersi: non sarà forse stata questa una pronta reazione alla conferenza del 6 dicembre di Fini all’Orazio? Sai com’è, in tempi di crisi di governo, un po’ di pubblicità, una pacca sulla spalla a qualche studente “ribelle” può sempre tornare utile (…)”

Mancano delle parti, quelle più dure, pesanti, di un giudizio definitivo, mediato forse dalla giovane età, forse effettivamente plausibile, non importa. Certamente determinato dal senso dell’ennesima delusione: domande lasciate in sospeso, risposte che non arrivano. La costruzione della cittadinanza, che scuola e politica dovrebbero incentivare per motivi strettamente legati al proprio mandato specifico, non può transitare attraverso slogan – seppure suggestivi – o elusione di un autentico contatto – anche conflittuale, anche drammatico – con chi ci chiede di rendere conto del modo in cui noi (le generazioni che ne hanno e ne hanno avuta la responsabilità) promettiamo di consegnare il mondo. Ecco perché, costi quel che costi, riflessioni come quelle di Andreas meritano comunque di essere pubblicate.

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