di Marcello Ravveduto

Secondo le più accreditate teorie criminologiche la camorra sarebbe dovuta scomparire da tempo. Infatti, sembrerebbe che solo i gruppi criminali capaci di organizzarsi in modo accentrato riescono a sopravvivere nel lungo periodo, stringendo rapporti verticali e costruendo reti di relazioni di legittimazione sociale; quando invece assumono la forma frammentata delle bande, prive di una comune strategia di radicamento e incapaci di estendere le relazioni sociali oltre il proprio ambiente, finiscono per essere emarginate dagli assetti criminali e, alla lunga, a ridimensionarsi o scomparire, se opportunamente contrastate.

Non voglio smentire anni di studi, ma comincio a temere che l’influenza della criminologia anglosassone abbia arrecato danni alla piena comprensione di una criminalità mediterranea che incorpora, ibridandoli, modelli di gangsterismo metropolitano. Cosa voglio dire? La camorra a Napoli città è un’organizzazione composta da bande frammentate, senza un centro strategico (anzi tradizionalmente avverse all’accentramento) con ridotta influenza sociale oltre il proprio habitat criminale, eppure di lunga durata. La sua storia sembra, dunque, smentire la criminologia ufficiale. Non è scomparsa, né è stata ridimensionata.

La differenza è tutta nell’accumulazione predatoria delinquenziale. Se nei contesti a forte concentrazione mafiosa il reato predatorio si è esaurito con l’accrescimento del peso politico e delle relazioni economiche e sociali delle organizzazioni, a Napoli l’accumulazione predatoria delinquenziale si è configurata come un dato strutturale della società e dell’economia; non ne determina assolutamente il tutto, ma è una parte, non piccola, non sporadica, non ininfluente dell’insieme. Non è uno stadio del processo di evoluzione mafiosa, ma un elemento costante, endemico della vita civile napoletana.

Pur non avendo seguito il modello mafioso di espansione, la camorra (o comunque le forme criminali presenti a Napoli) dura da quasi due secoli ininterrottamente, con alti e bassi ma lungo un’asse di continuità, di insediamento sociale, di attività, di spazi fisici. Dove sta scritto che un fenomeno criminale per durare nel tempo e per consolidarsi deve essere di tipo mafioso? E dove sta scritto che solo fenomeni criminali di tipo mafioso durano così a lungo?

Se Cosa nostra e la ‘ndrangheta lasciano svolgere a criminali secondari i reati predatori, o ne traggono vantaggio solo indirettamente, nella camorra l’attività predatoria è sempre presente, inscindibile dalla sua sostanza delinquenziale, quasi come un’unione simbiotica. L’imbroglio, il raggiro, la truffa, il furto sono componenti imprescindibili dell’azione delle bande camorristiche.

Per questo qualsiasi attività imprenditoriale criminale è retta non solo sulla violenza ma anche sulla frode: l’intreccio tra truffa e violenza è difficilmente districabile. Non c’è un mercato illegale in cui non ci sia l’insieme dei due fattori. Se uso l’imbroglio per piazzare e vendere la merce sono cosciente del fatto che posso essere scoperto e quindi presuppongo di dover abbandonare quel pezzo di mercato nel momento in cui ho bruciato tutte le mie possibilità. Per questo non c’è l’assillo di stabilizzarsi in un segmento specifico ed è per questo che l’impresa camorristica è molto instabile e determina un forte turn over imprenditoriale. Il principio è il massimo guadagno nel minor tempo possibile per non essere scoperti e poter saltare facilmente da un affare all’altro. Tale voracità è parte integrante del concetto camorrista di “rischio” d’impresa: la certezza di non avere stabilità condiziona la domanda e l’offerta in cui è strettamente connaturata la presenza di furbizia e violenza. La regola è: il raggiro dei fessi che subiscono supinamente nella speranza di ottenere un bene a minor prezzo, ma se reagiscono vengono prevaricati.

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