Dena e’ arrivata alla mia porta alle 14 in punto e ho dovuto farmi largo fra i due cani (Dorothy e Katan) che abbaiavano e saltavano per potermi finalmente perdere nel suo abbraccio. “Hang in there, Angie, I am coming”. Cosi’ mi aveva scritto nel suo sms, appena saputo.

Quando ti arriva una notizia orribile, di quelle da KO e sei all’altro capo del mondo da dove il tuo cuore, le tue ossa e le tue inarrestabili lacrime vorrebbero essere, allora chiami un amico e lui arriva. E ti abbraccia. A New York come ovunque nel mondo.

“Hang in there Angie”. Come dire “non ti abbattere”… Me lo sono sentito ripetere spesso da quando sono qui e per ragioni diverse, in questa lingua che, ormai, e’ tanto la mia lingua che a volte mi sfugge la traduzione per qualche termine in italiano.

Il dolore e’ una lancia trafitta dall’alluce alla gola. Pero’ poi c’e’ la sopravvivenza e quel doversi “distaccare” da se’ stessi per fare un respiro in piu’ e arrivare al minuto dopo. Mi sentivo piangere e soffrire “in inglese” e quasi non mi riconoscevo. Andare lontano, quando per farlo attraversi un deserto, anche se e’ d’acqua come l’oceano, ti cambia anche solo perche’ ti obbliga a “sentire” in un’altra lingua, per poterlo dire. Come ho gia’ detto, e’ dura restare, ma questi sono i momenti in cui e’ dolorosissimo essere andati via. Perche’ lo sai che una parte di vita, di quella di prima, non sara’ piu’ veramente tua se non “raccontata” via skype o via telefono o mail. Che sia di gioia o di dolore.

A New York, ho imparato anche ad essere consolata in un’altra lingua e nel nome di molti “Dio”. Ho amici ebrei, cristiani, atei, musulmani, sik, indu’ e altri che ora mi sfuggono. Ognuno mi abbraccera’ nelle prossime ore in modo diverso e a un Dio diverso verra’ chiesto, per me, una “benedizione” speciale.

Spesso frequento una Sinagoga. Per una strana casualita’ la maggior parte dei miei amici sono ebrei. Attraverso di loro ho scoperto delle persone meravigliose e, soprattutto, generose. Sono coloro che maggiormente mi hanno aiutato, anche economicamente, nel momento del bisogno. Amo la sinagoga del Village e il Rabbino Chava Koster, una donna di una forza straordinaria che vorrei, oggi qui, insieme agli altri. I suoi sermoni sono delle vere e proprie lezioni di educazione civica, di rispetto del prossimo, di appello alla democrazia e di incitazione al rispetto dell’altro. Lei ha lavorato molto come mediatore di pace fra israeliani e palestinesi, con una donna palestinese che stimava immensamente. Mi ha raccontato che una sera, la discussione era particolarmente “ostile”, allora entrambe hanno intonato una canzone, che tutti conoscevano e, dopo un po’, tutti hanno smesso di litigare e hanno cantato insieme.

Lo so (e ovviamente va benissimo), molti diranno che questa e’ pura “stucchevole retorica” ma io credo fermamente e profondamente in un girotondo di mani, di colori diversi, che si stringono insieme cantando una filastrocca.

Di fronte al palazzo dove vivo, c’e’ il Dakota Building. Li’ un giorno, senza molta ragione, John Lennon trovo’ la morte.
Attraverso la strada e vado con Dorothy a Strawberry Field e “immagino” quel girotondo.

E non mi sembra inutile retorica. E oggi che ho bisogno di sentirmi piu’ viva, ancora di meno.

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