Un mese fa ho visto Draquila. Ne parlo solo adesso perché ho appena guardato attentamente le immagini degli scontri con i terremotati a Roma. Sembra che Cialente non abbia preso proprio una manganellata ma una gomitata. I libri di storia chiariranno tra 60 anni il mistero.

Nel film di Sabina Guzzanti, un raffinatissimo montaggio ci propone, abilmente inserite lungo il film, alcune scene di scontri, a volte drammatiche a volte ironiche (l’esilarante sfida con le forze dell’ordine per posizionare uno striscione). Quello che mi ha colpito però più di tutto, è il comportamento del mio vicino di poltrona. Ero al Tibur, quartiere San Lorenzo di Roma, cinema sempre frequentato da una platea molto giovane e politicizzata. Sono andato lì proprio per questo. Ecco, il mio vicino di poltrona era un ragazzo, 25 anni. Vicino a lui una presumo fidanzata, bionda, carina. I due hanno avuto un atteggiamento molto diverso durante il film. Lei è sempre stata in silenzio, gli occhi sgranati, la postura fissa e un pò rigida. Lui era un vulcano: bofonchiava, commentava, si agitava sulla poltrona. E ogni volta che sullo schermo arrivavano le immagini di uno scontro di piazza, si avvicinava alla bionda e diceva: “Vedi? Guarda: lo vedi che il paese non ne può più! La gente si sta rivoltando. Ormai è chiaro, le persone si sono stancate, vogliono ribellarsi”.

Che si trattasse degli scontri di Pianura, delle proteste aquilane, degli studenti, ogni volta cercava di fomentare la fidanzatina, che è rimasta tutto il film immobile. Addirittura a un certo punto ha usato la parola “La gente vuole insorgere!” Per lui, gli scontri amplificati dal grande schermo significano che la rivoluzione è vicina, che sta arrivando il momento in cui tutta l’Italia onesta riempirà le piazze e come a Tien-An-Men sfiderà il potere e cercherà il martirio. Ecco. Io mi sono chiesto: ma cosa sta vedendo questo ragazzo? Quali sono i suoi occhiali? Sono io che mi sbaglio? Possibile non si renda conto che in Draquila i ribelli sono pochi, disperati, male organizzati, e che si racconta la mancanza di un progetto politico alternativo che sostenga i piccoli focolai di rivolta, le insoddisfazioni delle persone? Possibile non si renda conto che la tenda della sede del PD aquilano, sempre vuota e abbandonata è un’immagine più emblematica degli scontri? Usciamo dal cinema. Mia moglie mi guarda e dice: “Che magone. Possibile che non si possa proprio fare nulla per cambiare?”.

Un film è un film, non è un manifesto politico, e la sensazione che lascia è proprio questa: l’angoscia per la consapevolezza che il dominio di un potere corrotto e marcio fin dalle fondamenta potrebbe durare in eterno.

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