“Ci torturano a tutte le ore, ci insultano e ci picchiano. Stiamo morendo nel deserto”. E’ il racconto drammatico dei 245 rifugiati eritrei dal centro di detenzione di Braq, vicino a Sebah, nel sud della Libia. Storie nerissime di torture ripetute anche su donne e bambini. La vicenda è esplosa negli ultimi giorni grazie all’intervento del Consiglio italiano rifugiati (Cir) che al governo Berlusconi chiede di intervenire per trasferire i rifugiati in Italia.

Maurizio Massari, portavoce del ministro degli Esteri Franco Frattini ha replicato che non si tratta di un “un problema tra Italia e Libia” e “non si capisce perché solo l’Italia si debba fare carico di questi rifugiati e del problema dei rifugiati in generale”. Ma Roma ha sottoscritto con Tripoli il pattugliamento marittimo congiunto e, a partire dal maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito nel paese del colonnello Gheddafi migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Anche se la Libia non è parte della Convenzione sui rifugiati del 1951 e non ha una procedura di asilo.

Anche  Amnesty International si appella alle autorità di Tripoli perché, oltre a fornire acqua, cibo, servizi igienici adeguati e cure, non rinviino forzatamente in Eritrea i rifugiati, “rispettando il principio internazionale del non respingimento verso paesi in cui una persona potrebbe essere a rischio di tortura o altre forme di maltrattamento”.

“Il destino per chi viene rispedito in Eritrea – dice Riccardo Noury di Amnesty International Italia- è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”. Nel rapporto 2010 dell’organizzazione per i diritti umani, infatti, vengono denunciati tutte le restrizioni della libertà personale del governo di Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose (circa 3.000 cristiani di religioni non riconosciute dallo stato sono in detenzione). Le autorità hanno interrogato, torturato e maltrattato persone critiche verso il governo nel tentativo di impedire il dissenso. Spesso i prigionieri sono stati frustati, presi a calci o legati con funi in posizioni dolorose per periodi prolungati. A dicembre 2009 le Nazioni Unite hanno approvato la risoluzione 1.907 che impone sanzioni all’Eritrea, compreso un embargo sulle armi e un congelamento dei beni e il divieto di espatrio per i membri del Governo.

Nonostante questa situazione drammatica, è il quarto tentativo delle autorità libiche di deportare in blocco i profughi eritrei. La prima volta nel 2004 il rimpatrio forzato è riuscito per 110 eritrei. “Ci risulta – continua Noury – che sono stati arrestati e torturati in prigioni militari segrete”. Gli altri due tentativi non sono andati a buon fine anche per le proteste e l’attenzione della comunità internazionale. In questi giorni Tripoli ci riprova. E proprio a ridosso dalla chiusura dell’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) in Libia. Per chi decide di scappare dal regime eritreo di Isaias Afewerki il destino è segnato dall’inferno dei campi profughi in Etiopia.

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