Quando un giudice pronuncia una sentenza relativa ad un caso divenuto di pubblico dominio siamo ormai abituati a leggere le opinioni dei politici, delle veline, degli show men e di chiunque altro. Come se fosse normale. Spesso, invece, della motivazione della sentenza (e delle sue prove ed argomentazioni logiche) non si fa nemmeno cenno. L’importante è quello che ne pensano i c.d. VIP (very important person: una velina, un calciatore?). Come se l’opinione potesse prescindere dal fatto accertato.

Si, perché, del “fatto” (in questo caso la motivazione della sentenza), non si parla mai in quanto la stampa (tranne pochi quotidiani, tra cui – onore al merito – Il fatto quotidiano) non lo cita nemmeno, o, nella migliore delle ipotesi, lo interpreta.

Ciò diventa addirittura spudorato nel caso di sentenze del giudice penale, in cui, come noto, le motivazioni vengono depositate giorni o mesi dopo. Quando tutti se ne disinteressano, perché ormai hanno maturato un’idea, formatasi sull’altissimo pensiero degli stessi condannati, dei loro difensori, di qualche sportivo o, nel migliore dei casi, di qualche tuttologo ospite fisso degli studi televisivi.

Ecco quindi un buon pro-memoria che, a mio avviso, dovremmo seguire tutti, in questo periodo di emergenza della informazione, per non contribuire a questo meccanismo estremamente svalutante nei confronti della Giustizia:

a) le sentenze si rispettano, in ogni caso;

b) le sentenze si leggono, meglio se integralmente;

c) poi, ed eventualmente, le sentenze si commentano (al bar con gli amici o in TV non importa);

d) nel discuterne non si può prescindere dal fatto e dalle regole di diritto del nostro ordinamento;

e) in ogni caso le sentenze si commentano, non si denigrano.

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