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La fine dell’appartenenza

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In politica, l’appartenenza è la partecipazione attiva nei confronti di una comunità. Si “appartiene” soprattutto a sinistra. Per ragioni di carattere storico (il rapporto quasi fideistico che legava la militanza al vecchio Pci). Per la capacità di creare legami e passione (la tessera, la sezione, le primarie come abitudini fortemente radicate). Per un’idea condivisa di solidarietà e di progresso sociale.

Ma se a tutto ciò si evita di dare continuità e sostanza. Se la militanza diventa un polveroso retaggio del passato. Se la passione viene continuamente raffreddata con secchiate di realpolitik. Se dei legami ci si rammenta soltanto al momento di chiedere il voto. Se le sezioni diventano luoghi di apparato dove la discussione latita.

Se il tesseramento è solo pratica di potere di stampo democristiano. Se le primarie vengono considerate una fastidiosa perdita di tempo. Se la scelta dei candidati alle regionali si trasforma in una faida tra cacicchi. Se solidarietà e progresso diventano espressioni obsolete, sostituite dal “dialogo” sul nulla e con nessuno. Se, insomma, la comunità si sgretola e la partecipazione evapora, l’appartenenza perde fatalmente la sua ragione di essere.

Ci si può quindi meravigliare se la sopportazione di un elettore di sinistra, superato un certo limite, cominci a vacillare? E se costui, spazientito da logiche non comprende, metta nel conto la possibilità di non più votare? O di votare per il candidato avverso (come ha scritto Luca Telese  con la sua provocazione sulla Polverini)? Certe parole d’ordine non funzionano più. E neppure certi riflessi condizionati.

Turarsi il naso per evitare guai peggiori non lo si può chiedere a nessuno. E a quale scopo poi? Per evitare il peggio? Figuriamoci. Il peggio è già stabilmente al governo di questo Paese. E intende restarci a lungo. Chi poteva fare qualcosa per evitare il peggio non ci sembra proprio esserci riuscito, destinato com’è a restare inchiodato altrettanto stabilmente all’opposizione. I leader del centrosinistra se ne facciano una ragione. Il “pericolo Berlusconi” non funziona più.

Occorre ben altro che una somma di partiti e partitini per costruire quella grande opposizione civile di cui l’Italia ha un disperato bisogno, come ha spiegato Paolo Flores d’Arcais rivolgendosi ad Antonio Di Pietro.

La progressiva scomparsa dell’appartenenza come collante del consenso potrebbe non essere un guaio, se costringesse i leader dell’opposizione a cambiare musica e a occuparsi dei propri elettori.  Ma forse chiediamo davvero troppo.

Leggi l’articolo “Votare Polverini” di Luca Telese

Da Il Fatto Quotidiano del 30 dicembre

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