A proposito del titolo a tutta pagina de Il Giornale di ieri su Ingroia e Scarpinato ospiti a una riunione aperta del Il Fatto quotidiano, ha già risposto e chiarito a sufficienza Marco Travaglio. Trattasi di “titolazione preventiva” contro un quotidiano a tredici giorni dall’edicola che fa il paio con la “querela preventiva” di cui parlavo qui una settimana fa. Travaglio entra nel merito di che cos’è Il Giornale e dei suoi scopi, dal momento che debbono preventivamente difendere Berlusconi dal rischio che dalle carte su Dell’Utri del ‘92/’93 si risalga al Premier, mentre il lodo Alfano discusso nelle cene private della Consulta forse, e augurabilmente nel rispetto dell’art.3 della Costituzione, è al capolinea. Quello che vorrei rilevare qui è invece una faccenda leggermente più banale, nel degrado generalizzato dell’informazione italiana (specie tv ma naturalmente non solo) cui Berlusconi & C. han dato una bella spinta per la scesa negli ultimi quindici anni, dal maggioritario in poi (cfr.”I nuovi mostri”).

1) Un titolo come quello è la più piena dimostrazione della “militarizzazione” della stampa. Qualsiasi cosa/notizia/spunto viene utilizzata come munizione da sparare contro il “nemico”. Succede anche a sinistra per carità, e finché il livello di militarizzazione è rimasto relativamente basso, dico quando Berlusconi e De Benedetti potevano pensare di convivere in un Fondo di Investimento, quattro estati fa, di Berlusconi si sono ignorate parecchie cose (l’antiberlusconismo “non spinto agli estremi”) e di De Benedetti parecchie altre (insieme a Ligresti è oggi leader della sanità privata in Italia: c’entra qualcosa con la cosiddetta “editoria pura”?). Oggi è guerra mediatica. In mezzo alle pallottole, la libertà di stampa.

2) Una simile militarizzazione negli anni sempre meno strisciante ha cambiato la testa anche al lettore, per cui oggi al lettore sembra normale una stampa dimezzata e contrapposta per informare,disinformare o ignorare una realtà a sua volta divisa in due, come una torta. Se tifi per Berlusca, viva il Giornale del Grande Ascaro, del Mercante di Bergamo, se tifi contro meno male che c’è Scalfari, Mauro ecc. Per riabituare un pubblico di lettori ad essere cittadini e a ragionare con la propria testa senza tifare, non basterà forse una generazione. Per questo oggi si discute di un giornalista bravo come Luca Telese venuto al Fatto perché avrebbe la “fedina professionale” macchiata dall’aver lavorato a Il Giornale, mentre per esempio un altro eccellente collega come Marco Lillo passa in modo assai più indolore e invece comprensibilmente più “onorato” da L’Espresso al nuovo giornale. Eppure sono gli stessi di due mesi fa.

3) Di qui una linea politica – in realtà culturale – evidente per chi voglia tentare liberamente di fare informazione/opinione. Non far sconti a nessuno, pur tenendo conto che Berlusconi e la sua china sono al centro del mirino per tutto ciò che è stato combinato finora. E sapendo che purtroppo inevitabilmente la battaglia per la libertà di stampa ha finito per essere ingoiata dalla battaglia contro le nefandezze berlusconiane (figlie di altre nefandezze, madri di altre nefandezze in campo avverso). Insomma, notizie e commenti a difesa dell’art.21 e della Costituzione tutta contro chiunque attenti ad essa, con i mezzi da grossista del Premier o con mezzi meno evidenti su altri fronti.

4) Dibattere anche di questi temi può aiutare una auspicabile rinascita del sentimento civico/politico e del livello culturale del Paese, oggi sommerso. Sapendo però che non sarà l’antiberlusconismo da solo sufficiente a liberare i cervelli perché se al Sire priapesco sopravviverà questa mentalità e questa militarizzazione saremo comunque fottuti tutti quanti.Tutti quanti “noi”, intendo,naturalmente.

P.S. Nel frattempo mi segnalano che il figlio di Bossi, non “delfino” ma “trota” secondo il padre, è stato nominato membro del consiglio di direzione dell’ ”Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo”, un baraccone inutile ideato dalla stessa Lega. Stipendio: 12.000 euro al mese. Dieci volte lo stipendio degli insegnanti che lo hanno bocciato. Tre volte. Alla maturità. Eh sì, è decisamente una questione “culturale”, oltre che politica e informativa…