Un giorno, mentre parlavamo di altro, buttò lì la cosa, come se lo desse per scontato: “Sai, adesso dobbiamo celebrare il trentennale del settantasette”. Rimasi per un attimo spiazzato, convinto di non aver capito bene. Mi riusciva difficile pensare che Mike Bongiorno potesse solo evocare l’anno chiave degli anni di piombo, che avesse addirittura un qualche interesse a celebrarlo. Gli chiesi: “Ma che dici Mike? Tu che c’entri?”. Per un attimo quasi si arrabbiò: “Ma come che c’entro! E’ li che è cominciato tutto, mica nel settantotto, come pensano molti, e nemmeno nell’ottanta Io sono stato il primo!” continuavo a non capire, e lui proseguiva: “Mi ha chiamato pure Berlusconi, anche lui è d’accordo”. Berlusconi, d’accordo sul settantasette? E lui: “E certo, chi mi doveva chiamare? E lui che mi ha assunto!”.

Capii solo il quel momento che Mike Bongiorno non mi stava parlando dell’anno dei movimenti, ma di quello in cui lui era passato alla nascente Fininvest. E la ricorrenza da commemorare, per lui, non erano i fatti di Lama alla Sapienza o gli indiani metropolitani, ma una fatidica cena, quella nel ristorante “44”, che aveva suggellato l’incontro. A quel punto i ricordi di Mike si infilavano in una sequenza di memoria blindata e per lui indimenticabile, come se corressero sui binari di una ferrovia, un racconto ripetuto molte volte: era a cena con un imprenditore di cui allora non sapeva molto, lui era già Mike Bongiorno (l’uomo più famoso d’Italia), ma pur sempre un dipendente Rai, e con la sua busta paga, per nulla generosa. Così Berlusconi l’aveva guardato, aveva sorriso e gli aveva detto: “Parliamo di soldi. Io avrei pensato a seicento…”». Seicento cosa? Avevo chiesto lui, interrompendolo. E Mike: «Bravo! è quello che gli avevo domandato io: ‘Seicento che?’». E lui? «“Ma milioni, ovviamente!”». A quel punto Mike era quasi svenuto per l’emozione: «Ero così incredulo che gli avevo chiesto ancora: “Oddio, e per quanti anni di contratto?”. L’uomo di Mediaset stranamente non aveva capito che a Mike la cifra sembrava enorme, e già lo corteggiava: «Ma devi immaginare che sono solo per un solo anno, ovvio. Poi però potrai arrotondare con le televendite e con gli sponsor”».

In questo dialogo, a bene vedere, c’era già tutta l’essenza dei due personaggi. Nel 2007 Mike, mentre mi raccontava questa storia era sinceramente dispiaciuto che il locale non esistesse più. Ne avrebbe voluto fare un piccolo museo, così come aveva fatto della sua casa-palazzo-ufficio trasfigurata in mausoleo, in cui le pareti dei corridoi e delle stanze erano letteralmente tappezzate di cimeli, gadget, pupazzi, reperti degli anni cinquanta e sessanta: tutti con il volto, il logo, persino la caricatura del più celebre presentatore della tv italiana. Non posso certo dire di aver avuto un rapporto di confidenza con Mike Bongiorno, però mi sembra di averlo conosciuto bene, benissimo, nell’anno in cui con imprevedibile generosità e orgoglio regale, accettò di collaborare con il gruppo di Tetris per la seconda serie del nostro programma. Il contatto lo aveva propiziato il nostro produttore, Lorenzo Mieli, che cercava insieme alla moglie di Mike, Daniela, di mettere su un progetto a cui il presentatore teneva moltissimo, quello di un canale satellitare. Così, una volta ogni quindici giorni io Lorenzo e un altro autore del nostro programma, Valdo Gamberutti, salivamo a Milano per registrare le domande dei Quiz politici a casa sua. Nelle prime puntate di Tetris – mi diverto ancora rivedendole – lo annunciavo così: “In mondovisione dalla cucina di Mike Bongiorno….”. E lui appariva davvero nella sua cucina. Più tardi ci convinse a passare al salone, che considerava più appropriato. Fu, in qualche modo un’esperienza indimenticabile.
 
Ricordo un giorno in cui Mike – non so dove fosse – mi passò a prendere in centro con un autista, ma a bordo di una nuova Panda, quasi fiammante. Salii in macchina, eravamo diretti a Cologno, ero stupito di quel contrasto fra l’autista il mito, e l’utilitaria. Lui sospirò: “Me l’ha regalata l’avvocato”. Agnelli era scomparso da due anni e così gli chiesi conto di quel sospiro: “Ancora commosso per la scomparsa?”. E lui, con quella inconfondibile schiettezza che avrei imparato a conoscere: “Ma non dire fesserie! Mi aveva regalato la macchina, mi hanno chiamato per darmela, nel frattempo è morto, e così ho dovuto persino pagarla. Una follia!”. Ecco, Bongiorno ti spiazzava perché ti accorgevi che il personaggio tirato fuori dalla partnership con Fiorello non era una finzione drammaturgica, ma era proprio la quintessenza di Mike. Ovvero: capace di slanci di generosità e grandi taccagnerie, di momenti verità commoventi, genialmente autoreferenziale, incontenibile, capace di vette di professionismo inarrivabile.

Un giorno, per dire, andammo a casa sua a registrare i quiz che sarebbero dovuti servire per una puntata in cui avevamo ospite Paola Binetti. Le domande paradossali di Mike nascevano da un lavoro della nostra redazione, ma poi lui le rileggeva meticolosamente, e, ovviamente, le adattava al suo stile. Talvolta ci suggeriva dei quesiti a cui noi magari non avevamo pensato. Non c’erano mai stati problemi tranne quel pomeriggio, in cui visionando questa domanda – “Gli omosessuali sono a), persone normali b) dei malati…” – esplose in un gesto di rabbia furibonda: “Nooooh! Mike Bongiorno non può dire simili schifezze!”. Un attimo dopo il foglio era stato coriandolizzato e tirato sulla faccia del povero ed esterrefatto Valdo. Si era alzato ed era corso in balcone. Cosa lo aveva fatto arrabbiare? Ce lo chiedevamo, indecisi se andar via. Lui era tornato dopo pochi minuti come se fosse un altro. Affettuoso, bonario, rilassato: “Ne avete un’altra copia?”: Aveva letto tutto davanti alla telecamera, e poi ci aveva spiegato: “Voi non sapete quanti bambini mi scrivono! Io mi preoccupo per loro. Io devo essere anche quel Mike Bongiorno lì”. E noi: “Ma queste domande non sono offensive per i bambini. Sono nel tuo stile, dell’unico uomo che può chiedere le cose scomode senza essere volgare”. Ovviamente Mike mangiò la foglia e disse con un sorriso dei suoi: “Ehhhh siete dei bei filoni, voi…. La verità è che qualunque fesseria scriviate, se lo dico io, pesa più di una sentenza”. Aveva ragione lui e, come sempre accade in tv, la prova ci arrivò in un baleno. Il giorno dopo quelle domande, lette da Mike, portarono la Binetti, (che istintivamente avrebbe preferito sfumare) a una risposta pericolosamente netta: “L’omosessualità è una malattia”. Accadde un putiferio, già in studio, con Grillini che gridava, i blog furono tempestati di messaggi furibondi, La Repubblica ci fece una mezza paginata. Al telefono Mike sogghignava divertito: “Ma benedetti ragazzi! Che cosa vi avevo detto? Siete un po’ ingenui, fidatevi del vecchio Mike….”. Un altro giorno, accadde una di quelle cose che ti vorresti sparare. Registrammo mezz’ora, poi aprimmo la telecamera, e si scoprì che la cassetta era smagnetizzata. Lui ebbe un altro attacco di ira nera: “Ma insomma, siete dei dilettanti! Volete costringere Mike Bongiorno a rifare dei ciak? Ma stiamo impazzendo?”. Di nuovo , con velocità sorprendente, se ne andò e tornò, quasi serafico. Un altro uomo: “Che dite, ci prendiamo una bella Coca Cola?”.

Quel pomeriggio, sempre nella famosa cucina, ci parlò della rivalità con Pippo Baudo: “E’ lui che ha un caratteraccio e la prende male, non avete idea. Ha un caratteraccio, non è mica un bonaccione come me”. E poi, mandandoci in estasi, parlò persino del celebre saggio di Umberto Eco: “Daaaiii… Tutti a dire che è uno scritto geniale, ma la verità è che è diventato famoso dandomi del fesso…. E’ che sono troppo buono perchè avrei potuto persino querelarlo. Ma Eco è una persona squisita, come si fa?”. Puntata dopo puntata, intanto la magia di Mike bucava il video, creava paradossi, rendeva possibile discutere di qualsiasi tema, se a fare le domande era lui. E lui, soddisfattissimo quando vedeva i politici arrancare di fronte ad A o B distillava perle come questa: “In Italia il quiz è stato uno strumento di progresso. E io ho potuto diventare l’uomo del quiz perchè in questo ero americano”.

Un altra volta andammo a registrare nel suo studio a Cologno. Era felice come una Pasqua, e ripeteva: “Faccio ancora il 14 per cento di share, e mi fanno registrare otto puntate insieme, un ventenne stramazzerebbe”. La sera dopo, rivedendo le domande nel programma, Mike mi parve splendido. Lui invece era furibondo: “Ma ti sei reso conto che vi ho dato il tappeto musicale originale del mio programma e quasi non si sentiva? Avete rovinato tutto. Imbecilli!”. Ci rimasi male. Ma la volta dopo il volume del “tappeto” del quiz quasi sovrastava le parole. Ancora una volta non si sbagliava: c’era la stessa differenza che poteva esistere fra una messa recitata in una chiesetta desolata, o da un sacerdote accompagnato da un coro gospel. Aveva ragione lui, maledizione, e lo capivo solo in quel momento. Il quiz di Mike era liturgia. L’essenza della televisione è anche liturgia. Ma poi Mike aveva nel sangue un’altra cosa molto meno poetica. Che per lui era un vero oggetto di culto, e non solo un’occasione di guadagno. In una intervista mi disse: “Senta, non amo quelli che fanno le anime belle, a me dell’avventura non me ne fregava nulla…. Accettai l’offerta di Berlusconi perché solo un matto avrebbe potuto rifiutarla. E poi perché lui aveva avuto l’intuizione geniale che avrebbe cambiato tutto, e quel giorno me lo disse chiaramente: la pubblicità». E se provavi a obiettare che esisteva già si arrabbiava di nuovo…«Ma va làaaa! Fino ad allora si andava a letto con Carosello, si giravano gli sketch e il nome del prodotto andava solo in coda. La pubblicità era un appannaggio di pochi, grandi gruppi, il simbolo di un’Italia austera e allergica ai consumi, in cui si vendeva poco e male». Quindi, ancora una volta Mike identificava la modernità della rivoluzione commerciale con se stesso: “Pensi che i primi tempi arrivavano gli inserzionisti, e dicevano che erano perplessi del fatto che io parlassi in trasmissione del prodotto! Volevano messaggini scritti, sceneggiati, convenzionali, separati dal quiz. Io invece non leggevo nulla, ne parlavo alla mia maniera». Qui Mike andava in estasi: «Capisci? Fu un terremoto! Pensi che uno dei nostri primi sponsor, Rovagnati, scoprì che ogni volta che andavo in onda, il giorno dopo le massaie assaltavano i supermercati per comprare i suoi prosciutti. Hanno costruito i loro stabilimenti con i nostri spot!». Poi si toglieva un sassolino: «Rovagnati si è comportato da ingrato, nemmeno un prosciutto, mi manda! Ma intanto – proseguiva – noi avevamo creato un mercato, il mercato produceva fatturato, e il fatturato creava nuova pubblicità. Glielo ho detto, era una vera ri-vo-lu-zio-ne. Presto lo diranno anche gli storici».

A casa e nel camerino dove eravamo andati a trovarlo, Mike esibiva come una icona sacrale la foto di lui e di Berlusconi alla serata di presentazione de la Cinq. Mike mi aveva fatto notare il gioco delle dediche: la prima scritta, sulla foto, recitava: “Come eravamo belli”». Però subito dopo Berlusconi aveva cancellato e aggiunto: “Come siamo belli”. Allora Mike sospirava: “C’è tutto lui. Io e Silvio siamo amici veri, è il padrino di mio figlio». Bisogna capire questo legame, per rendersi conto di cosa fu, per Bongiorno, perdere in un colpo solo la televisione e il rapporto con Berlusconi. A La Zanzara, su Radio 24, solo pochi mesi, fa, rispose alle domande che gli facevo su quel rapporto con disincanto sorprendente: “Pensa, non mi rispondeva più al telefono! Mi hanno pensionato senza nemmeno dirmi ciao. Roba da pazzi!”. Andare a Sky, per Mike, voleva dire tornare alla tv che gli era stata sottratta, per l’ultima rivincita della sua vita: quella a cui teneva di più. Le agenzie ci hanno raccontato che il suo cuore non ha retto. Ma forse, l’unica cosa che uno come lui non poteva reggere, era la lontananza dal piccolo schermo. Mike, nel bene o nel male, era la storia della televisione, era la storia della pubblicità, la filosofia del quiz era l’anima dell’Italia nazionalpopolare del boom che adesso diventava quasi colta, nel tempo dei reality. Ma il problema è che un ministro del culto non poteva essere strappato dal suo tempio catodico, senza rischiare di perdere la sua sovrumana invulnerabilità.