Bologna, Comune vieta di vendere birra fresca. Commercianti: ‘Condanna a morte’

La chiamano “l’ordinanza della birra calda” e per protesta hanno deciso di consegnare le chiavi dei loro negozi all’assessore all’Economia del Comune di Bologna, Matteo Lepore. Sono i 32 commercianti di via Petroni, cuore della cittadella universitaria della Dotta, che il 13 luglio si sono radunati davanti al portone di Palazzo d’Accursio, sede dell’amministrazione cittadina, per manifestare contro l’ordinanza anti alcol firmata nei giorni scorsi dal sindaco del Partito Democratico Virginio Merola.

Un provvedimento, cioè, “volto a contrastare l’abuso di alcol nella zona universitaria” imponendo ai negozi alimentari e ai laboratori artigianali, numerosi in centro città, la chiusura entro le 9 di sera, tra il 13 luglio e il 15 ottobre. E vietando, inoltre, a queste attività commerciali, soprattutto piccoli negozi gestiti da stranieri, perlopiù provenienti da Pakistan e Bangladesh, “di detenere bevande alcoliche di qualsiasi gradazione in qualunque sistema e/o apparecchio di refrigerazione e raffrescamento” per tutta la durata dell’ordinanza, sia di giorno, sia di sera. “Quindi – protestano i manifestanti – di fatto, con l’entrata in vigore del nuovo provvedimento non possiamo vendere più nemmeno una birra fresca ai nostri clienti. In pratica, una condanna a morte”.

Da qui, spiegano i titolari dei negozi interessati dal provvedimento, da via Zamboni a via delle Moline, da via Petroni a Largo Respighi, cuore della movida bolognese, la protesta, e la consegna delle chiavi dei loro negozi all’amministrazione.  “Se il Comune non farà un passo indietro – spiegano i 32 esercenti che hanno portato a Palazzo d’Accursio i loro cartelli, e che per protesta terranno le saracinesche dei loro negozi abbassate almeno fino a mercoledì 15 luglio –  saremo costretti a chiudere”. “Più che altro – racconta Mahmud Hossain, titolare di un negozio in via Marsala – perché se la gente non può più comprare la birra da noi, non è che smette di bere”. Esclusi dall’ordinanza, infatti, sono ad esempio i supermercati del centro, così come altre attività commerciali che non rientrano nei parametri del provvedimento, a partire dai bar. “Il mio caso è emblematico – continua Hossain – il mio negozio è sottoposto all’ordinanza, ma al civico successivo c’è un supermercato che non avrà problemi a vendere ancora la birra, anche fredda”.

Nessun passo indietro, tuttavia, è arrivato dal Comune di Bologna. L’assessore Lepore, infatti, nel consegnare le chiavi dei negozi alla presidente del quartiere San Vitale, Milena Naldi, affinché le restituisca ai proprietari, dopo aver incontrato gli esercenti ha confermato che il divieto non verrà revocato. E che anzi, l’ordinanza anti movida potrebbe essere estesa anche al resto del centro storico, pubblici esercizi esclusi. “La protesta è un autogol – spiega Lepore – dire che senza birra fredda non vivono significa ammettere che la loro attività si regge sulla vendita di alcol”.

“Vogliono solo farci chiudere – è la replica di Hossain, che come gli altri 31 esercenti protagonisti del presidio terrà le serrande chiuse finché il Comune non li riconvocherà per discutere dell’ordinanza, quindi almeno fino al 15 luglio – a loro non interessa sentire cosa abbiamo da dire. Ma se è questo che vogliono va bene, allora però ci diano un altro lavoro. Così non possiamo andare avanti”.

Spese pazze Emilia, processo per 16 ex consiglieri Pd. Richetti chiede abbreviato

È partita a Bologna l’udienza preliminare per la tranche principale della maxi inchiesta sulle spese e i rimborsi dei gruppi in consiglio regionale: davanti al giudice per le udienze preliminari Letizio Magliaro si è discussa infatti la posizione dei 16 ex consiglieri regionali del Partito democratico. L’accusa per tutti è quella di peculato: la stessa che la Procura contesta anche agli esponenti degli altri partiti, finiti tutti senza esclusione nell’inchiesta. In totale furono infatti 41 i consiglieri regionali raggiunti a novembre 2014 dagli avvisi di fine indagine e solo per due di loro (Antonio Mumolo e Paola Marani, entrambi del Pd) la Procura ha chiesto la archiviazione mentre per tutti gli altri è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio. A settembre, prima della fine delle indagini, fu scagionato anche l’attuale governatore Pd Stefano Bonaccini.

L’udienza preliminare per i consiglieri Pd si è aperta con la notizia che un faldone di indagine si sarebbe smarrito. Il fascicolo, circa mille pagine, riguarda tre posizioni, tra cui quella del parlamentare Matteo Richetti, anche se magistrati e avvocati contano che si potrà recuperarlo presto. Richetti intanto, attraverso il suo avvocato Gino Bottiglioni, ha anticipato che chiederà il rito abbreviato. Sei imputati per ora hanno chiesto invece di essere interrogati nel corso dell’udienza preliminare. Di questi uno è stato già sentito: Luciano Vecchi, che per un breve periodo fu anche assessore dell’ultima giunta di Vasco Errani. A lui l’accusa contesta circa 12 mila euro di rimborsi irregolari tra marzo 2010 e il 2011 (questo il periodo preso in esame dalle indagini). Il controesame dell’imputato è stato svolto dal procuratore aggiunto Valter Giovannini, che fin dal 2012 ha coordinato le indagini condotte dalle pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari. Vecchi, a quanto si apprende, avrebbe sostenuto l’inerenza dei rimborsi chiesti con la propria attività. Il pm gli ha anche chiesto se qualcuno gli avesse detto, all’inizio del mandato, come spendere i fondi ed entro quali limiti restare: Vecchi avrebbe risposto in maniera affermativa. Poi, quando gli è stato chiesto di fare il nome della persona in questione, Vecchi avrebbe spiegato di non ricordare la persona.

Secondo l’accusa i politici avrebbero utilizzato i fondi destinati ai gruppi in Assemblea legislativa per spese non attinenti al mandato: tra gli scontrini depositati da alcuni consiglieri la Guardia di finanza ritrovò quelli per un wc pubblico, per pranzi e cene di lusso, pernottamenti in hotel e perfino per un acquisto in un sexy shop. Tra gli imputati del Pd ci sono l’ex capogruppo in Regione Marco Monari a cui è contestata una cifra di 940mila euro. Poi Marco Barbieri (9mila euro); Marco Carini (9mila euro); Thomas Casadei (4mila euro); Gabriele Ferrari (11mila euro); Valdimiro Fiammenghi (15mila euro); Roberto Garbi (6mila euro); Mario Mazzotti (13mila euro); Roberto Montanari (24mila euro); Rita Moriconi (17mila euro); Giuseppe Pagani (5mila euro); Anna Pariani (7mila euro); Roberto Piva (15mila euro); Luciano Vecchi (12mila euro); l’atturale eurodeputato Damiano Zoffoli (8mila euro); l’attuale deputato e renziano della prima ora Matteo Richetti (5mila euro).

L’udienza preliminare per il Pd riprenderà il prossimo 13 luglio. Nei prossimi mesi si decideranno poi anche le udienze degli altri gruppi politici. Intanto la Regione Emilia Romagna, parte offesa nel procedimento, ha scelto, come nel caso degli altri gruppi, di non costituirsi parte civile.

Bologna, Procura indaga su riallaccio acqua in stabili occupati. Fu deciso da sindaco Merola

La procura di Bologna sta indagando sulle due ordinanze con le quali il sindaco Pd Virginio Merola, nei mesi scorsi aveva imposto il riallaccio dell’acqua corrente a due grandi palazzi occupati: uno in via De Maria e l’altro nella ex sede Telecom di via Fioravanti, entrambi nel quartiere della Bolognina. Si tratta della prima volta in Italia che i pm indagano anche sulla base a una presunta violazione all’articolo 5 della legge 47 del 2014, il cosiddetto Piano Casa voluto dall’ex ministro Maurizio Lupi. La norma prevede che “chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. L’approvazione della legge aveva sollevato immediate proteste e accuse di incostituzionalità.

Al momento per la vicenda non ci sarebbero indagati da parte dei pm bolognesi e non è chiaro neppure se per le ordinanze del sindaco Merola siano stati aperti dei fascicoli ex novo: è possibile infatti che questi approfondimenti investigativi facciano parte delle inchieste già aperte da tempo sulle occupazioni e per le quali i due stabili sono anche stati posti sotto sequestro (anche se per ora i tentativi di sgombero sono stati respinti dagli occupanti). Dalla Procura trapela pochissimo: “Si tratta di ordinari approfondimenti – si è limitato a dire il procuratore aggiunto e delegato ai rapporti con la stampa Valter Giovannini – trattandosi di immobili di grandi dimensioni oggetto di decreto di sequestro da parte dell’autorità giudiziaria”.

Di sicuro c’è solo che alcuni giorni fa i poliziotti della Digos, su delega del pubblico ministero Antonello Gustapane, si sono presentati a Palazzo d’Accursio, sede dell’amministrazione, per chiedere i documenti relativi all’ordinanza con la quale il primo cittadino il 23 aprile scorso aveva ordinato alla multiutility Hera la fornitura immediata di acqua nello stabile di via De Maria, dopo che il titolare del palazzo sei mesi prima la aveva interrotta. Nell’edificio ci sono 22 minori di 10 anni, sei neonati nati durante l’occupazione, anziani e disabili. In totale 60 persone che avevano preso possesso dello stabile organizzati dal collettivo Social log. “Dato che gli occupanti abusivi non possono richiedere l’allacciamento a pubblici servizi – scrisse l’amministrazione ad aprile per spiegare l’ordinanza – e che la mancanza d’acqua potabile costituisce un serio pericolo per la tutela della loro igiene e per la sanità pubblica, il Sindaco ritenendo quello all’acqua un diritto fondamentale, soprattutto a fronte alla presenza di soggetti deboli, ha ravvisato la necessità di prevenire il verificarsi e il diffondersi di pericoli per la salute”.

Stesso discorso per quanto riguarda il palazzo ex Telecom di via Fioravanti, la più grande occupazione abitativa in città, partita a dicembre 2014 sempre organizzata da Social log. All’interno del palazzo ci sarebbero 280 persone e il 29 maggio 2015 Merola aveva imposto anche in quel caso l’allaccio dell’acqua. Alla notizia della polizia in Comune il primo cittadino si è detto tranquillo: “Hanno chiesto la documentazione e noi gliela stiamo dando – ha commentato Merola – Stiamo offrendo la massima collaborazione, non abbiamo altro da aggiungere”. La notizia ha sollevato invece le polemiche dell’opposizione che già protestò quando quelle ordinanze furono emesse. Marco Lisei, consigliere comunale di Forza Italia, parla di Merola come “complice dell’illegalità”. Dall’altra parte il deputato di Sel, Giovanni Paglia: “Il sindaco ha fatto solo il suo dovere”.

Pd Emilia Romagna, la nuova segreteria “renziana” alla prova di calo iscritti e amministrative

Il Pd dell’Emilia-Romagna tenta di cambiare definitivamente verso e assestare l’ennesimo colpo al cosiddetto apparato che, nella regione più rossa d’Italia, pare resistere strenuamente. Il neosegretario regionale Paolo Calvano, renziano di ferro, ha nominato la sua squadra che vorrebbe inaugurare un nuovo corso, lontano da quello della famosa “ditta” della sinistra emiliano-romagnola. Cambia innanzitutto l’età anagrafica della segreteria, che si attesta sotto i 40 anni – e vede tra i suoi componenti anche una ventenne – con il segretario, in primis, che ne ha 37. Da sempre vicino a Stefano Bonaccini attuale governatore dell’Emilia e precedente guida regionale del Pd, Calvano è il primo segretario renziano già dal momento della sua elezione, mentre il suo predecessore, Bonaccini, aveva cambiato corrente nel 2013, dopo un passato da convinto sostenitore di Pier Luigi Bersani.

Il compito della nuova segreteria non sarà semplice. Da tempo il Pd è in sofferenza in Emilia-Romagna, un malessere venuto fuori già con la bassa affluenza del popolo democratico alle regionali 2014 e confermato dal calo degli iscritti e dall’esito delle amministrative del 31 maggio. La città di Faenza è stata strappata dal Pd agli avversari per un migliaio di voti al ballottaggio, mentre il sindaco uscente, alle precedenti consultazioni, era stato eletto al primo turno. Bondeno (Fe) è rimasta alla Lega Nord e la situazione di Bologna – che andrà alle amministrative il prossimo anno – non è per niente rosea. Il Pd (quello dei vertici regionali e locali) ha ingaggiato una guerra con il sindaco uscente Virginio Merola che non vuole ricandidare per il bis e che, dicono dai corridoi della sede bolognese, non sarebbe gradito nemmeno al presidente del Consiglio Renzi perché troppo spesso critico verso i provvedimenti destinati ai Comuni. Il discorso primarie dunque è del tutto aperto. Ancora una volta il partito appare diviso all’interno e rischia di delegittimare, ancor prima che venga eletto, il futuro sindaco del capoluogo emiliano-romagnolo.

La nuova segreteria è in prevalenza renziana anche se, ad essere nominata vicesegretaria del Pd regionale, è stata Giuditta Pini, la deputata modenese di 30 anni, orfiniana. La sua candidatura alla guida del Pd in Emilia-Romagna era stata in ballo per qualche settimana, supportata anche da “Eccoci”, soggetto politico interno al partito guidato dai giovani dem che chiedono più spazio nel Pd. In seguito, dopo una discussione interna, Pini aveva ritirato la sua candidatura, scegliendo di favorire quella unitaria di Calvano.

Coordinatore della segreteria e della comunicazione sarà un altro giovane parlamentare, Marco Di Maio, 31 anni, considerato molto vicino al leader Pd. C’è poi il senatore Stefano Collina, 49 anni, renziano della primissima ora, che si occuperà di Organizzazione politica. L’assessore comunale renziano Luca Rizzo Nervo, 37 anni, si occuperà di Sanità e Sport mentre l’assessore regionale all’Ambiente, Paola Gazzolo, 48 anni, considerata di estrazione renziana e voluta da Bonaccini per il bis in giunta, seguirà le Politiche per la partecipazione. Francesca Maletti, presidente del Consiglio comunale di Modena, 48 anni, si occuperà di welfare. Ha corso, l’anno scorso, per la poltrona di sindaco di Modena, sostenuta dal parlamentare Matteo Richetti e dall’ala renziana. Piergiorgio Licciardello, renziano doc, nonché possibile sfidante del sindaco di Bologna Virginio Merola (anche lui renziano) sarà il responsabile delle politiche agricole e agroalimentari. Enrico Campedelli, 50 anni, renziano, in lizza per la segreteria di Bologna ma sconfitto dal cuperliano Critelli, si occuperà di pubblica amministrazione.

Nell’elenco dei nuovi nominati nella segreteria regionale anche Emilia Garuti di 20 anni (responsabile terzo settore, associazionismo, legalità). Studentessa, è stata eletta l’anno scorso consigliera comunale del Pd a Rolo (Re) e ha pubblicato un romanzo “Le anatre di Holden sanno dove andare”.

Chiudono l’elenco Antonio Mumolo, 52 anni, di area civatiana e concorrente di Calvano nella corsa alla segreteria regionale (responsabile dell’Immigrazione e del progetto “Circoli aperti” per rafforzare il rapporto con la base); la consigliera regionale Lia Montalti, 36 anni, (Infrastrutture e Fondi europei); Alessandro Belluzzi, 34 anni (Turismo); il presidente regionale ecodem Stefano Mazzetti, 48 anni, ( Ambiente e Enti locali) e Francesco Ronchi, anni 33, delegato in Europa della segreteria per i rapporti con il Pse .

“E’ una squadra giovane, competente. Ci sono tante cose da fare e per questo ci metteremo al lavoro fin da subito”  commenta Paolo Calvano che aggiunge: “La scelta di avere in segreteria un mix di amministratori, personalità impegnate nelle istituzioni e nella società civile, espressione di diverse sensibilità, vuole valorizzare in primo luogo la competenza di una classe dirigente presente e diffusa in tutta la Regione. Consapevoli di questo, ci impegneremo per intercettare e raccogliere le idee e gli spunti che ci verranno suggeriti da iscritti, elettori e tutti i cittadini che vorranno percorrere con noi la strada per ridare credibilità e forza alla politica”.

Mafia, a Bologna stop massimo ribasso negli appalti e tutela lavoratori. Cgil: “Così neutralizza Jobs act”

Addio al massimo ribasso, maggiori verifiche sul curriculum delle aziende, e garanzie sul riassorbimento di manodopera per la tutela dei lavoratori. Dopo le inchieste di Mafia capitale e di Aemilia, che ha aperto uno squarcio sulla presenza della criminalità organizzata in Emilia Romagna, il Comune di Bologna cambia la strategia sugli appalti e si dota di un nuovo protocollo triennale, frutto di un’intesa con sindacati e associazioni di categoria. L’obiettivo dell’amministrazione è quello di “contrastare i rischi di infiltrazioni mafiose e di corruzione”, ma anche accelerare i tempi, assicurare servizi, lavori e forniture di qualità, evitare meccanismi di concorrenza sleale e il ricorso al lavoro irregolare. Una svolta accolta tra gli applausi della Cgil, secondo cui l’accordo può anche “neutralizzare gli effetti del Jobs act”.

Firmato da tutti i soggetti coinvolti (Comune, Cgil, Cisl, Uil, Unindustria, Alleanza delle cooperative, Cna, Ance e Confartigianato) il protocollo entrerà in vigore dal 1 gennaio del 2016, prendendo il posto del precedente siglato nel 2005, quando a Palazzo d’Accursio sedeva Sergio Cofferati. Quattro i punti chiave su cui si poggia l’intesa: legalità, trasparenza e lotta alla corruzione; tutela del lavoro e dell’occupazione; tempi certi per l’iter di aggiudicazione e per il pagamento delle aziende; e infine sostegno alle imprese di qualità.

Nelle undici pagine del documento si mette nero su bianco l’intenzione di privilegiare il parametro dell’offerta economicamente più vantaggiosa per gli affidamenti relativi ai servizi . Con l’impegno a favorire “l’adozione dello stesso criterio anche negli affidamenti di lavori e forniture”. È questa una delle novità più rilevanti, un cambio di rotta che accoglie gli appelli arrivati da più parti di mettere un freno alle gare al massimo ribasso. Per quanto riguarda il capitolo trasparenza, viene poi promessa la realizzazione di uno strumento per fare luce sull’intera filiera delle gare, e su tutte le informazioni fondamentali, come il numero dei lavoratori coinvolti, le categorie e le mansioni previste. Si tratta di “una piattaforma in cui sarà possibile accedere a una mappatura degli appalti e delle concessioni, costantemente aggiornata”.

Questione centrale anche quella dell’occupazione, voce sulla quale i sindacati hanno scommesso molto. Come già accaduto negli accordi integrativi di alcune aziende (Lamborghini e Ducati ad esempio) anche nel nuovo codice sugli appalti pubblici viene oltrepassato il Jobs act, in particolare per quanto riguarda il mantenimento dei diritti e della retribuzioni nei cambi di gestione. “Il Comune – si legge – si impegna ad inserire quale condizione di esecuzione dell’appalto, nei bandi di gara di affidamento di servizi da riaffidare, la clausola sociale di salvaguardia di riassorbimento di manodopera per la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici”. In questo modo, le imprese subentranti dovranno assumere i lavoratori dipendenti che lavoravano nell’azienda uscente, a prescindere dal contratto nazionale di riferimento. Un vincolo richiesto a gran voce da Cgil e Cisl, che ora cantano vittoria. “Qui la recente normativa sul tema del lavoro – ha commentato Sonia Sovilla, della Cgil di Bologna – diventata purtroppo legge dello stato, è stata neutralizzata. A dimostrazione che il tema non è quello di abbassare i diritti e le tutele di chi, tra l’altro, ne ha sempre avuti molto pochi, ma di creare buona e stabile occupazione”.

La valutazione delle imprese sarà poi fatta anche in base al rating di legalità rilasciato dall’Autorità garante per la concorrenza e il mercato: il suo possesso sarà considerato un “fattore premiante”. E non solo: l’ente appaltante prenderà in esame anche il “curriculum reputazionale” delle aziende e i comportamenti sul piano professionale ed etico.

Processo People Mover, espresse dubbi sul progetto: dirigente del Comune subito trasferita

Non solo gli “accordi occulti”, ma anche una dirigente comunale trasferita in un ufficio periferico perché aveva sollevato dubbi sul progetto del People mover. La vicenda giudiziaria della monorotaia che dovrebbe unire stazione e aeroporto a Bologna, rivela un episodio finora mai raccontato. Mentre il processo va avanti e vede tra gli imputati anche l’ex sindaco Pd Flavio Delbono, il giudice per le indagini preliminari di Bologna Rita Zaccariello, su richiesta della Procura, ha scagionato dall’accusa di abuso d’ufficio gli ex vertici della Provincia: Beatrice Draghetti, Maria Bernardetta Chiusoli, Giacomo Venturi (morto lo scorso anno) e il funzionario Moreno Tommasini. Proprio nel decreto di archiviazione, in un breve passaggio, si riporta la storia di Sonia Bellini: la dirigente comunale, al momento delle trattative per la creazione della società Marconi Express che dovrebbe costruire e gestire l’opera in project financing, aveva sollevato le sue perplessità sulla partecipazione nell’affare di Atc, l’azienda pubblica dei trasporti in mano al 60% al Comune di Bologna. Il project financing è il sistema di appalto che, per evitare di usare soldi pubblici, prevede la concessione di un’opera pubblica per un certo numero di anni al privato. Quest’ultimo la costruisce e la gestisce per il tempo previsto, in modo da ripagarsi le spese coi biglietti. Ma nel caso People mover l’ingresso di Atc faceva rientrare i soldi pubblici dalla finestra. “In estrema sintesi – scrive il gip Zaccariello – le osservazioni critiche della dottoressa Bellini (…) vengono completamente ignorate e anzi questo funzionario, dopo l’invio di varie missive in cui esponeva le proprie motivate riserve sulla operazione in corso, viene trasferita ad altro incarico e completamente esautorata. In seguito al trasferimento come dirigente di quartiere non avrà ovviamente più titolo alcuno per occuparsi della vicenda”.

Ad aprile 2009 il Ccc, Consorzio cooperative costruzioni, colosso bolognese della cooperazione ‘rossa’, si è aggiudicato l’appalto in project financing indetto dal Comune di Bologna, allora guidato dal sindaco Pd Sergio Cofferati. Secondo quanto ricostruito dai pm Antonella Scandellari e Giuseppe Di Giorgio, l’allora numero uno di Ccc Piero Collina aveva già stipulato nell’ottobre 2008 degli “accordi occulti” con Francesco Sutti, allora a capo di Atc. L’accordo occulto – scrivono i pm – sarebbe stato fatto per “partecipare con un progetto comune e in maniera congiunta al bando, facendo figurare solo il primo (Ccc, ndr) e mantenendo Atc nell’ombra”.

Non solo: secondo gli stessi patti parasociali a cui si opponeva proprio Sonia Bellini, Atc dopo essere entrata nella società si sarebbe dovuta accollare tutto l’azionariato di Marconi Express: in pratica, una volta costruita l’opera, Ccc sarebbe uscita dall’affare lasciando ad Atc tutti i rischi della gestione. Proprio con in tasca quegli “accordi occulti” Ccc partecipa e vince la gara. Dopo sei mesi, nel gennaio 2010, con l’ok della giunta comunale Pd di Flavio Delbono, Atc entra effettivamente in Marconi Express. L’assenso della giunta della Provincia di Bologna, socio di minoranza di Atc, sarà invece molto critico. Secondo i pm, al contrario di quanto avrebbe fatto il Comune che aveva “esautorato” Sonia Bellini, i dirigenti della Provincia (oggi scagionati) ascoltarono le critiche e ottennero, per quanto loro possibile, delle parziali modifiche ai patti con il Ccc.

Oggi, dopo sei anni e molte proteste, la clausola che prevedeva l’uscita totale del Ccc dall’azionariato è stata abolita. Tper (questo il nuovo nome di Atc, oggi in maggioranza in mano alla Regione) è comunque dentro l’affare. I cantieri dell’opera tuttavia non sono ancora partiti. Il processo al tribunale di Bologna invece sì: alla sbarra, con l’accusa di abuso d’ufficio ci sono anche l’ex sindaco Pd Flavio Delbono e il suo assessore Villiam Rossi. Francesco Sutti di Atc e Piero Collina di Ccc rispondono invece delle accuse di turbativa d’asta e abuso d’ufficio.

Sisma Emilia, truffa contributi Crevalcore. Indagato il senatore Pd Broglia

Claudio Broglia, senatore Pd e sindaco di Crevalcore, e il vicesindaco del Comune del Bolognese Mariapia Roveri sono indagati in un’inchiesta della Procura di Bologna sui contributi per l’autonoma sistemazione, concessi dopo il sisma del 2012. Sono accusati di non aver denunciato famiglie, che dopo un controllo dei carabinieri furono trovate in casa pur in presenza di ordinanza di inagibilità, e per via della quale percepivano il contributo. L’inchiesta ha 18 indagati per truffa. Titolare dell’indagine condotta dai carabinieri di San Giovanni in Persiceto è il pm Marco Forte, coordinato dal procuratore aggiunto Valter Giovannini. I presunti autori delle truffe sono tutti stranieri, a parte un nucleo familiare italiano.

A dare notizia dell’avviso di garanzia è stato lo stesso Broglia. L’indagine, spiega il primo cittadino “riguarda un fatto successo nell’estate 2013″ e la “mancata denuncia di quattro nuclei familiari residenti in frazione di Palata Pepoli”. Cioè “ci si imputa che una volta venuti a conoscenza” dei fatti, cioè delle presunte truffe sui fondi “non avremmo a nostra volta denunciato anche noi le famiglie”. In seguito al sopralluogo, dice Broglia, “il Comune sospese il contributo previsto per legge e cominciò anche l’azione di recupero del pregresso. Per il ruolo che ricopro ritengo opportuno che questa vicenda si conduca alla luce del sole e che tutti ne siano a conoscenza perché la trovo priva di qualsivoglia portata reale soprattutto se inserita in un contesto così complicato e di emergenza come il terremoto del 2012″.

Alla fine dello scorso anno la Procura inviò avvisi di fine indagine per presunte truffe simili, sempre sui contributi, a Crevalcore, a cinque persone. In un primo momento, è l’ipotesi degli inquirenti, da parte dell’amministrazione non furono segnalati altri casi simili a questi, mentre successivamente, quando la Procura iniziò ad indagare, anche le segnalazioni dal Comune iniziarono ad arrivare.

Caso Vera Guidetti, Manconi: “Dopo 108 giorni governo non ha ancora risposto”

“Dopo 108 giorni non ho ancora ricevuto risposta”. Il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani, attacca il governo Renzi che ancora non ha risposto alle sue interrogazioni sul caso di Vera Guidetti, la farmacista di 63 anni che a Bologna si è tolta la vita iniettandosi insulina dopo aver ucciso la madre. “Ho chiesto al presidente del Senato Pietro Grasso“, ha dichiarato, “di sollecitare l’esecutivo affinché venga data risposta a una mia interrogazione presentata il 18 marzo e successivamente riproposta il 5 maggio. Tema delle mie interrogazioni è l’indagine giudiziaria condotta dalla Procura di Bologna a proposito di vari reati tra i quali la ricettazione di opere d’arte”.

La donna il 9 marzo era stata sentita dal procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini come testimone, nell’ambito di un’indagine su un furto di gioielli. La donna è stata trovata morta l’11 marzo. In un biglietto aveva scritto che il pm non le aveva creduto e che l’aveva trattata come una criminale. Manconi sostiene che in una “pausa dell’escussione, durata un tempo lunghissimo e connotata, secondo alcune testimonianze, da un clima particolarmente pesante, la testimone accompagnava alcuni ufficiali di polizia giudiziaria nel proprio appartamento e consegnava loro della merce di origine considerata sospetta. A questo punto la posizione della farmacista era inequivocabilmente e radicalmente mutata, ma l’interrogatorio successivo avveniva, e per molte ore, senza la presenza di un difensore”.

Alle accuse ha risposto il procuratore di Bologna Roberto Alfonso: “Da diverso tempo, circa due mesi, la Procura di Bologna ha mandato al procuratore generale presso la Corte di Cassazione e al ministero della Giustizia una dettagliatissima relazione sui fatti e le carte del processo”. Alfonso ha spiegato che finora la questione “imponeva riservatezza” ma anche che adesso ha voluto “chiarire come stanno le cose: l’ufficio di Bologna ha fatto il suo dovere, in perfetta coerenza con le nostre abitudini”. Sia la relazione che gli atti processuali, ha aggiunto il procuratore capo, “sono nella disponibilità del Procuratore generale e del ministero. Null’altro avevamo da fare, né ci sono stati chiesti ulteriori adempimenti. Abbiamo mandato anche le carte del processo, in modo che possano verificare quanto scritto nella relazione e valutare la condotta dei magistrati”.

‘Ndrangheta, chiusa inchiesta Aemilia: 224 indagati. C’è anche l’ex calciatore Iaquinta

Sono 54 i componenti dell’ associazione a delinquere di tipo mafioso contestata dalla Dda di Bologna che ha chiuso l’inchiesta di ‘Ndrangheta ‘Aemilia’, con la notifica di 224 avvisi di fine indagine, atto che di solito precede la richiesta di giudizio. Nell’atto di 151 pagine firmato dal Procuratore Roberto Alfonso e da tre Pm, Marco Mescolini, Beatrice Ronchi, Enrico Cieri, appare confermata l’impostazione che portò a fine gennaio a 117 misure; una quarantina di persone sono ancora in carcere.

L’associazione per delinquere contestata “operante dal 2004 e tuttora permanente” fa capo a Nicolino Sarcone, Michele Bolognino, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri e Romolo Villirillo. E’ finalizzata, per la Procura, a commettere diversi delitti, estorsioni, usure, e ad “acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche”, anche nei lavori per il sisma del 2012, oltre che ad acquisire “appalti pubblici e privati, ostacolare il libero esercizio del voto” nel caso di elezioni dal 2007 al 2012 nelle province di Parma e Reggio Emilia.

Si tratta per la Dda di un “gruppo unitario emiliano portatore di autonoma e localizzata forza di intimidazione derivante dalla percezione sia all’interno che all’esterno del gruppo stesso, dell’esistenza e operatività dell’associazione nell’intero territorio emiliano, come un grande ed unico gruppo ‘ndranghetistico, con un suo epicentro in Reggio Emilia“.

Dell’associazione fanno parte, tra gli altri, come organizzatori l’imprenditore Giuseppe Giglio, Gaetano Blasco e Antonio Valerio, questi ultimi intercettati mentre ridevano dopo le scosse di terremoto. Tra i partecipanti al sodalizio, Giuseppe Iaquinta, il padre dell’ex calciatore della Juventus e della nazionale Vincenzo, anche lui imprenditore. Anche il nome dell’ex attaccante compare nell’avviso di chiusura indagine dell’inchiesta Aemilia della Dda di Bologna. Secondo i Pm avrebbe violato, in concorso con il padre Giuseppe, alcuni articoli della legge ‘sul controllo delle armi’. In particolare l’ex calciatore avrebbe consapevolmente ceduto in una data imprecisata o comunque lasciato nella disponibilità del padre armi legittimamente detenute (un revolver Smith & Wesson, una pistola calibro 3,57 Magnum, una pistola Kelt-tec calibro 7,65) e munizioni. Il padre, però, aveva ricevuto un provvedimento dal prefetto di Reggio Emilia, nel 2012, che gli vietava di detenere armi e munizioni, a causa delle segnalazioni relative alla frequentazione con alcuni degli indagati. Il padre quindi risponde di aver illegalmente detenuto le armi nella sua casa nel Reggiano, e il figlio di avergliele consapevolmente date o lasciate nella disponibilità. Il reato contestato ai due ha l’aggravante di aver agito al fine di agevolare l’attività dell’associazione di stampo mafioso.

Sono confermate anche le accuse di concorso esterno all’associazione per il consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, l’ex assessore Pdl del Comune di Parma Giovanni Paolo Bernini, il costruttore Augusto Bianchini, la consulente fiscale bolognese Roberta Tattini, il giornalista Marco Gibertini. Nell’atto c’è anche Nicolino Grande Aracri, ritenuto un boss della ‘Ndrangheta, che in questa inchiesta non risponde però di associazione mafiosa, ma di estorsione. Tra gli accusati anche esponenti delle forze dell’ordine

Università Bologna, vince Ubertini: è il rettore più giovane di sempre. Sconfitto il delfino di Dionigi

Alla fine a vincere il titolo di ottantunesimo Magnifico rettore dell’Università di Bologna è stato l’outsider. Sarà Francesco Ubertini, l’ingegnere di 45 anni ex direttore del Dicam, il Dipartimento di ingegneria civile, chimica, ambientale e dei materiali, a sostituire Ivano Dionigi alla guida dell’ateneo più antico del mondo. Con 1420,58 voti voti contro 1.347,36, infatti, il più giovane sfidante nella storia delle competizioni elettorali dell’Università di Bologna ha sconfitto al ballottaggio il favorito della corsa elettorale, Gianluca Fiorentini, considerato nome di continuità con il precedente governo accademico, nonché delfino dello stesso Dionigi. Sceso in campo con l’obiettivo di “voltare pagina” e introdurre nell’ateneo “un cambio di passo”, Ubertini subentrerà quindi al suo predecessore a partire dal primo novembre di quest’anno, e fino al 2021, assumendo il timone di una struttura da 84.000 studenti e oltre 6.000 dipendenti.

“In un certo senso questo è un voto di rottura”, commenta a caldo il rettore Ubertini, classe 1970, nato a Perugia ma laureato con lode in Ingegneria civile all’Università di Bologna nel 1994, dove ha conseguito anche il dottorato in Meccanica delle strutture, per poi diventare professore ordinario di Scienza delle Costruzioni, direttore del Dicam e membro del Senato accademico, da cui si è dimesso “per senso di responsabilità” annunciata la propria candidatura. “Io ho portato avanti in campagna elettorale la necessità, per l’ateneo, di cambiare passo, migliorarsi, e in questo senso la mia è stata una vittoria di discontinuità. Questa università, del resto, ha enormi possibilità, ma stiamo camminando e c’è bisogno di iniziare a correre. Ecco, più che discontinuità c’è bisogno di rinnovamento, ed è ciò su cui inizierò subito a lavorare”.

Un risultato elettorale che ora potrebbe avere un peso politico non solo all’interno dell’Università, ma anche in Comune a Bologna. Dionigi, del resto, tra le fila del Pd era considerato uno dei nomi papabili alla carica di sindaco per il dopo Virginio Merola, e se già il ballottaggio del favorito Fiorentini era stato giudicato un elemento di debolezza da una parte dei democratici emiliano romagnoli, capofila il presidente della direzione provinciale Pd, Piergiorgio Licciardello, la sconfitta del delfino di Dionigi in favore di Ubertini, considerato il rottamatore della vecchia accademia, nonché voto di dissenso rispetto al suo predecessore, potrebbe contribuire a cancellare il nome dell’ormai ex rettore dalla lista dei possibili candidati a primo cittadino per il 2016.

Fiorentini, infatti, era considerato il volto forte dell’Università di Bologna, almeno nell’era Dionigi. Economista e prorettore alla didattica, che al primo turno aveva conquistato 1.161,68 preferenze, per anni ha lavorato come rettore ombra conquistando la vittoria in una serie di battaglie, tra cui il salvataggio di alcuni corsi di laurea, riconosciute a livello accademico. Tanto che a inizio corsa poteva vantare sull’appoggio di diversi direttori di dipartimento, oltre che di facoltà Medicina, Agraria Economia, Scienze dell’Educazione, Lettere, Lingue, Veterinaria, e parte di Giurisprudenza. E tuttavia, per i suoi detrattori, in prima fila Ubertini, rappresentava “la burocrazia e i regolamenti che appesantiscono l’università”.

Un’etichetta che alle urne ha avuto un peso significativo. A sorpresa, infatti, nonostante partisse da sfavorito, appoggiato dai giovani docenti, studenti e ricercatori, ma pressoché sconosciuto all’apparato universitario, Ubertini al primo turno si è classificato secondo con 843,08 voti, conquistando l’endorsement degli sfidanti Dario Braga e Maurizio Sobrero.

“Una scelta – era stato il commento di Braga e Sobrero – legata alla necessità di portare, all’interno dell’Università, un vero rinnovamento”. E che ha portato in dote a Ubertini, voce critica nei confronti del governo Dionigi, “fortemente centralista e troppo verticistica”, un pacchetto da 778 consensi. “Sarò il rettore di tutti”, sottolinea il nuovo Magnifico, che ora dovrà comporre la sua squadra di governo. “E’ stata una bella gara, con un’alta partecipazione, oltre l‘80 per cento, ma la competizione è finita e bisogna alle questioni urgenti da affrontare, a partire dalla necessità di rilanciare la ricerca e di investire per riportare al centro i nostri studenti. In questo momento, quindi, dobbiamo tornare tutti un’unica comunità e lavorare insieme per l’ateneo”.