Nel silenzio inquietante dei media e delle istituzioni europee si avvicina la data del referendum catalano e con esso quello della possibilità dell’esplosione violenta dei contrasti al cuore stesso dell’Europa, in una nazione che di guerra civile ne ha già avuta una (ricordate Guernica?), nella quale di fatto il fascismo franchista non è mai stato sconfitto, ma è morto (letteralmente) di morte naturale, con decenni di scontri violenti e violentissimi nel Nord basco e non solo, con una Costituzione giovanissima (del ’78) nella quale il problema delle autonomie (non solo quella catalana, ma anche quella basca e quella galiziana) non è mai stato risolto del tutto dopo la violenta repressione di tutto ciò che castigliano non era ai tempi del Caudillo.

È davvero sorprendente che si parli così poco di una situazione che rischia di essere ben più drammatica del referendum scozzese, e della stessa Brexit, sorprendente che molti, quasi tutti, condannino il ‘nazionalismo’ catalano, ma tacciano a proposito di quello castigliano, che nessuno veda come la Catalogna sia stata scelta dal premier Mariano Rajoy per giustificare la sua incapacità di risolvere la crisi di fronte alle regioni povere e poverissime della Spagna (l’Estremadura, ad esempio), per scaricare su Barcellona le colpe di Madrid (e di Bruxelles).

Cosa è essere o meno a favore dell’indipendenza della Catalogna, o ritenere legalmente valido o accettabile, o invece illegittimo e privo di conseguenze il referendum del 1 ottobre, altra inviare in Catalogna migliaia di militari, arrestare funzionari pubblici, sequestrare tutti i materiali elettorali prodotti da un’istituzione autonoma e legittima, oscurare siti istituzionali, prepararsi per impedire fisicamente l’ingresso dei cittadini nei seggi già sprangati.

Se proprio si voleva essere certi che il referendum non avesse alcun valore, se non bastava il Parlamento nazionale spagnolo a sancirlo, sarebbe bastato annullare tutte le schede con un timbro. Ed in ogni caso esistono decine di istanze nazionali e sovranazionali, tanto politiche, quanto economiche e finanziarie, che sarebbero in grado di fermare l’eventuale processo di separazione, o di gestirlo verso un accordo accettabile, per esempio quello che impedirebbe al Tribunal Costitucional di annullare ogni e qualsiasi legge il Parlamento catalano emani e che si discosti dalla linea della maggioranza al governo. Non a caso l’unico a pronunciarsi con preoccupazione è l’Onu sostenendo tesi molto simili a quelle che espongo qui.

Quello che si sta mettendo in atto, invece, è il set per uno scontro violento con l’intenzione evidente di dare ‘una lezione’ a chiunque non concordi con il neo-Caudillo. Barcellona, ogni giorno che passa, sembra sempre di più Genova…

Quello che conta per Madrid è impedire ‘fisicamente’ che si vada a votare, cioè stabilire, come a Genova, il controllo del territorio, dare una dimostrazione muscolare che sia d’esempio per tutti. Se l’Europa tace è anche perché sarebbe singolare che il mandante denunciasse il suo aguzzino. E speriamo che nessuno tra i nemici comuni decida di colpire Barcellona, come ha appena fatto, approfittando dello scontro intestino.

Dalle minacce velate da paternalismo del Segretario di Stato Nieto, fino alla chiusura dello spazio aereo sulla capitale catalana, tutto fa pensare che domenica il problema non sarà stabilire se sia o meno valido il voto, ma impedirlo materialmente e riaffermare, una volta per tutte, che sulle Ramblas continua a comandare Madrid.

Il silenzio degli intellettuali europei è assordante. E’ singolare continuare a dare del fascista antidemocratico a chiunque provi a parlare a favore del #1-0, strillare spaventati di fronte alle mobilitazioni popolari e pacifiche, alle prese di posizione di decine, centinaia di istituzioni catalane e non solo catalane e poi non vedere il dispositivo repressivo abbastanza impressionante che Rajoy sta facendo convergere sulle città catalane. O girare il capo dall’altra parte di fronte all’arroganza di Madrid, far finta di nulla se a capo delle operazioni viene chiamato quel falangista mascherato di Diego Pérez de los Cobos, uno che i baschi hanno già denunciato per tortura, far finta di nulla se centinaia di fascisti accerchiano il meeting dei sindaci e delle cariche pubbliche catalane e feriscono una partecipante. Ignorare, a un passo dallo scontro, gli appelli – saggi, tolleranti, lungimiranti – del sindaco Ada Colau, che separatista non è, e neanche fascista, anzi.

È mai possibile che la sinistra italiana (sempre più inquietante) sia paralizzata da possibili (quanto inopportuni) paralleli tra l’inesistente Padania e le richieste di una comunità che ha un’identità secolare che ha fatto la storia d’Europa e del Mediterraneo e taccia in modo imbarazzante su una faccenda di questa importanza? Come si fa a confondere l’Aragona con la Padania?

Javier Cercas e le sue recenti dichiarazioni non fanno eccezione, imho. A volte scrittori e poeti sono singolarmente ciechi davanti alla realtà.
L’Europa che si nasconde dietro l’artificio retorico per il quale si tratta di faccende ‘interne’ alla Spagna, invece, non stupisce per nulla: se può tenersi in pancia Orbàn, volete che non digerisca Rayoy?