Negazionisti, sostenitori del Führer, membri di formazioni identitarie, persino ex collaboratori della Stasi, la polizia segreta del regime della Germania Est. È un curriculum piuttosto variopinto quello dei neodeputati di Afd, Alternative Für Deutschland, il partito populista di destra che ha preso il 13% dei voti alle elezioni, ottenendo 94 seggi al Bundestag. Il partito, nato come espressione di alcuni professori di Amburgo nell’ottica di portare in Germania una differente visione economica, è stato pian piano scalato da personaggi discutibili e da ex membri di formazioni identitarie apertamente xenofobe.

Un’avvisaglia di quello che sarebbe avvenuto si ebbe quando nel 2015 Bernd Lucke, fondatore del partito, lasciò la formazione dichiarando che la strada intrapresa si era spostata troppo a destra. Un secondo indizio è arrivato con l’annuncio di Frauke Petry, la leader del partito, di non correre come candidata cancelliera al Bundestag. L’ultimo, il giorno dopo le elezioni, quando la stessa Petry ha dichiarato che non farà parte del gruppo parlamentare di Afd al Bundestag: l’ennesimo segnale della lotta intestina in corso all’interno del partito tra l’ala moderata e quella più radicale, con quest’ultima che si sta affermando sempre di più.

E proprio all’ala radicale appartiene Alice Weidel, il membro più controverso dello schieramento populista, nonché Spitzenkanditatin (candidata cancelliera) insieme ad Alexander Gauland. La trentottenne è famosa soprattutto per le sue grandi contraddizioni: lesbica, risiede a Biel in Svizzera, dove la sua compagna originaria dello Sri Lanka cresce i due figli della coppia aiutata da una profuga siriana. Non ci sarebbe nulla di male se poi pubblicamente Weidel non fosse apertamente contro l’immigrazione, contro i matrimoni omosessuali e sostenesse la famiglia tradizionale. La candidata cancelliera, che ha ottenuto un dottorato in Economia e ha lavorato per Goldman-Sachs, è nota per il suo cosmopolitismo. Ma ha acquistato notorietà quando è diventato pubblico il contenuto di una mail privata in cui sosteneva che la Germania sarà “inondata da popoli di culture straniere come arabi e zingari“, il che porterà una “sistematica distruzione della società borghese”. Tutto questo spinto dai “nemici della Costituzione che ci governano”, mentre Angela Merkel e i membri del governo venivano definiti “maiali“.

Insieme a lei guida il partito Alexander Gauland, 76 anni, un trascorso nella Cdu, considerato il vero leader di Afd. Famoso per il suo desiderio di eliminare la segretaria di Stato all’Immigrazione, Aylan Özoguz, di origine turca, in passato ha difeso strenuamente Björn Höcke, membro di Afd nello stato della Turingia, secondo il quale “non tutto di Adolf Hitler sia da buttar via”, mentre il monumento berlinese all’Olocausto è “una vergogna”.

Se i capilista spiccano per le loro idee controverse, gli altri eletti non sono da meno. Un esempio è Sebastian Münzenmaier, che con i suoi 28 anni è uno più giovani neodeputati. Ex membro del partito antislamico Libertà (Die Freiheit) e in attesa di giudizio per aver causato lesioni gravi: nel 2012 con gli hooligans del Kaiserslautern avrebbe malmenato alcuni tifosi della squadra del Mainz. Sempre in Freiheit ha militato Bernhard Ulrich Oehme, candidato Afd in Sassonia. Sul fronte antisemita, invece, si trova Martin Hohmann del Land dell’Assia. Ex membro della Cdu, venne cacciato per aver sostenuto la presunta censura da parte della storia dello sterminio di migliaia di persone causato dagli ebrei durante la rivoluzione bolscevica. Con lui fa coppia il capo di Afd a Lipsia, Siegbert Droese, tristemente noto per avere un auto targata “AH 1818”, dove A e H sono le iniziali Adolf Hitler e 18 è il simbolo dei circoli neonazisti per indicare il Führer. L’esponente della Sassonia è inoltre considerato vicino a Pegida, il movimento anti-islamizzazione della Germania che ha chiari richiami al nazionalsocialismo.

La lista è ancora lunga e tra personaggi discutibili entra c’è senza dubbio Wilhelm von Gottberg, 77 anni, poliziotto ormai in pensione, che definisce l’Olocausto come  “un utile strumento per criminalizzare i tedeschi”. In una pubblicazione sul Titelseite des Ostpreußenblatts, Gottberg ha ripreso le tesi neofasciste dell’italiano Mario Consoli, secondo il quale “sempre più Stati stanno oscurando la verità sull’Olocausto”, definendo lo sterminio degli ebrei  come “un mito, un dogma che rimane privo di qualsiasi ricerca storica libera”. Oltre ai negazionisti, però, in Afd c’è anche altro. Per esempio i complottisti come Peter Boehringer, sostenitore della teoria del Nuovo Ordine Mondiale: in pratica una rete segreta starebbe assumendo il dominio del mondo. Frank Magnitz, invece, difende la tesi della Germania assorbita come “paese preda” degli alleati. Lo stesso ha anche pubblicato una foto in cui i media sono presentati come un plotone di esecuzione che spara ad una donna chiamata “verità”: l’ennesimo esempio che testimonia come in Germania sia tornata di moda la Lügenpresse, cioè la retorica della delegittimazione della stampa, ideata a suo tempo da Joseph Goebbels.

C’è anche chi se la prende con la nazionale di calcio tedesca, come Beatrix von Storch della sezione di Berlino, che ha dichiarato di preferire una squadra formata da “tedeschi” a una composta da discendenti di migranti. Il suo obiettivo al Bundestag? Abolire l’Ufficio dell’integrazione e avviare una “commissione d’inchiesta” contro Angela Merkel. Ma c’è anche chi ha un passato insospettabile, come Jens Maier, ex membro di Spd. “Dichiaro il culto della colpa finalmente terminato” ha detto durante un’intervista, mentre in passato ha mostrato simpatia per gli estremisti di destra norvegesi e per l’assassino Anders Behring Breivik, autore della strage sull’isola di Utøya.

Tra i più anziani una menzione speciale è per Detlev Spangenberg, 73 anni. Appartenente alla destra sassone di Afd, la sua vita correva tra l’est e l’ovest della Germania. Cresciuto nella Repubblica Democratica Tedesca è poi diventato membro di Cdu nel Land della Nordrhein-Westfalen. Lasciato il partito democratico cristiano, è entrato nel gruppo di destra radicale “Lavoro, Famiglia, Patria” apertamente antislamico e per il ripristino delle frontiere del 1937. Ultimamente è tornato al centro della cronaca per il suo passato: è stato informatore segreto della Stasi, con tanto di nome in codice, Bruno. Nella “Stasi-Connection” c’è anche Enrico Komming, ex membro delle guardie Oriente del reggimento tedesco Feliks Dzierzynski al servizio della polizia segreta della Germania Est, simpatizzante dei nazionalisti. Si è fatto segnalare anche perché su facebook cantava insieme alla figlia la prima strofa dell’inno tedesco, quella vietata visto che veniva utilizzata nella Germania nazista.