Ho letto dell’originalissima trovata del Pd. Serviva proprio un dipartimento Mamme (e dei Padri invece no?). D’altronde, Mussolini fece così poco per questa categoria di donne. Non bastava la giornata dedicata alle madri dall’Opera nazionale maternità e infanzia, ente fondato in epoca fascista e sciolto nel 1975. Non bastava neppure la medaglia d’oro per le madri di famiglie numerose. Altro che Patrizia Prestipino, quando dice che le mamme italiane sono responsabili della continuazione della “razza”. Mussolini sì, che aveva pensato un bellissimo piano sul ruolo riproduttivo e di cura delle donne. Erano gli unici ruoli ai quali le donne potessero aspirare.

Per saperne di più basta leggere un po’ di storia. Oggi non ci sono più i piani riproduttivi di una volta e dubito che il Pd abbia la stessa capacità e inventiva che altri hanno avuto in passato. Però potrebbe sempre prendere in prestito la proposta di CasaPunk – quel gruppo di persone così carine e piene di tatuaggi alla moda – con il loro “Tempo di essere madri”.  O si può pescare direttamente dal contenitore ideologico del Family day per trovare degli esempi. Poi, che diamine, un po’ di decisione: la ministra Lorenzin gira attorno alla questione da un bel po’ di anni.

Che ne avesse azzeccata una. Prima sfida le donne definendo la maternità “un bene comune”. La bellezza della campagna di comunicazione a cura del suo ministero ha fatto incazzare un sacco di donne. Che sciocchine che sono state. Come non apprezzare il fatto di sentirsi dire quando e come scadrà l’orologio biologico.

Poi, non sazia di cattive figure, tira fuori un’altra campagna in cui associa le cattive abitudini che possono rendere sterili a persone ben identificate in una razza e una categoria precisa. Lorenzin dice che non aveva notato. Le campagne pro Piano per la Fertilità nazionale e per il Fertility day sono state fatte tutte senza che lei ne visionasse le versioni definitive. A questo dedicherei un “Mah”.

E allora ecco che il Pd ripiglia la questione in mano e inventa un dipartimento ad hoc in cui donne=madri e mi viene in mente la politica governativa degli ultimi anni.

C’era una volta il governo Renzi. Otto donne ministre che avrebbero dovuto dimostrare il raggiungimento della parità tra donne e uomini. Una delle ministre era incinta e l’altra rilasciava interviste in cui dichiarava che il suo sogno fosse quello di diventare madre. Renzi arriva alla cerimonia di incoronazione a premier con moglie e tre figli con abiti dei colori della bandiera italiana.

Nel governo Renzi, la donna è talmente pari che non c’è alcun bisogno di nominare un ministro per le Pari opportunità. Un altro governo in odor di renzismo dà la delega al vice ministro del Lavoro, Cecilia Guerra. Più tardi, lei descrive la questione della violenza di genere. Anzi no, perché nel periodo renziano si preferisce il termine femminicidio come delitto compiuto ai danni di una femmina.

Dicevo che lei ne parla in cifre, quantificando i delitti in termini di ammanco di risorse economiche. Deduco che il lavoro di cura costituisce un risparmio per il welfare del paese e che se ammazzi una “femmina” stai creando un danno economico. Eh che diamine. Vorrai fare mica un torto allo Stato?

Siamo in tempo di SeNonOraQuandismo (Snoq), ovvero di Donnismo vero e proprio. Le Snoq svuotano di significato il termine “femminicidio” e lo normalizzano adattandolo a quel che è la politica piddina. In nome dell’emergenza allora il ministro per l’interno Alfano nomina Isabella Rauti come consigliera sulla questione della violenza sulle donne. Violenza sulle donne è meglio di “violenza di genere”. E’ meglio per loro.

Non descrive le violenze inflitte per ruoli di genere imposti. Violenze che passano anche dalla costrizione subita dalle donne che, per esempio, si ritrovano a non poter abortire e ad avere a che fare con il 90% di obiettori di coscienza in territorio nazionale, contando anche le farmacie che negano la pillola del giorno dopo. Anche quella è violenza di genere, ma nella rielaborazione revisionista dei termini tutto ciò, esattamente come le discriminazioni ai danni di persone Lgbtiq, non viene considerata una violenza.

Siamo alla battaglia delle Snoq, o quel che ne rimane contando poche vip e alcune deputate del Pd, per far approvare la legge contro il femminicidio, la quale, oltretutto, contiene norme repressive che riguardano i no/tav e ogni prova di resistenza e dissenso contro le politiche di governo. La legge contiene prove di sovradeterminazione dei corpi e delle menti delle donne. Giudicate incapaci di intendere e volere, vengono definite come povere vittime da salvare, anche senza ascoltare il loro parere.

Per cui si diranno a favore dell’irrevocabilità della querela che viene poi ridotta alle denunce per violenze molto gravi. Si parla della violenza come riconducibile a reati contro le mogli e le madri, anzi, contro quelle che avevano un legame affettivo con il proprio carnefice. Così, ricordo le dichiarazioni del vice ministro al Lavoro, Cecilia Guerra e ricordo anche il fatto che durante i lavori per il recepimento della convenzione di Istanbul Paola Binetti e alcune altre persone avevano fatto tagliare la dicitura “violenza di genere” considerando tuttavia di essere molto d’accordo con il termine “femminicidio”.

La legge antifemminicidio in realtà si rivela inutile. Nel frattempo si pratica politica neocolonialista parlando di violenze che riconducono a motivi “etnici” e al rischio di “islamizzazione” della nostra cultura (a proposito di “aiutiamoli in casa loro”). Una cultura patriarcale tanto quanto le altre. Ma vado oltre. Nella legge si parla di un piano antiviolenza che ancora non è stato applicato.

La Rauti consiglia che si realizzi un percorso rosa nei pronto soccorso, affinché le donne possano immediatamente essere portate dinanzi ad un ufficiale di polizia per denunciare. La denuncia deve essere una scelta autodeterminata della donna che non può solo essere vista come oggetto-vittima, perché si tratta di un soggetto che non può essere privato dei suoi diritti. Mai cosa più autoritaria fu immaginata in questi anni.

La legge viene approvata nonostante tantissime donne abbiano detto che facesse decisamente schifo. Le scelte politiche e governative relative alla battaglia contro il “femminicidio” non sono mai state compiute tenendo presente il parere delle tante donne che si sono dedicate a quella stessa battaglia, centri antiviolenza e non solo, per almeno due decenni. Senza dimenticare l’assurda e brutale campagna fatta contro la step child adoption in occasione del voto per le unioni civili.

Perché sei riconosciuta come madre a patto che non vuoi far nascere un figlio in una coppia lesbica, con tecniche di fecondazione assistita, o a meno che non vuoi far nascere il figlio di una coppia gay con la Gpa. Non sei un soggetto che sceglie di fare un bambino. Sei un oggetto di Stato. Uno stato paternalista che decide al posto tuo. Sei un oggetto che non può vedere riconosciuto il diritto del proprio figlio ad avere due genitori, qualunque sia il loro orientamento sessuale. Madri sì, ma solo all’interno della famiglia etero.

Oggi, dunque, non può essere per tutte noi una sorpresa la decisione di dedicare tempo, energie, dipartimenti, alla sola funzione che dà alle donne una sorta di legittimità oggettiva (tutte le altre rientreranno nel target delle nullipare più o meno attempate?). Le donne possono essere solo questo. Madri Oggetto. Madri di Stato.

Mi viene in mente così Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood o il mio lungo racconto La fabbrica degli umani, in cui le donne non possono fare altro che partorire. Quelle che non possono farlo sono non-madri o semplicemente lavoratrici non produttive. Per le donne ribelli c’è una punizione, la quarantena, il carcere, la morte.

Questo se pensiamo a un futuro distopico. Se invece pensiamo all’oggi, vediamo come le sex worker e le persone trans non siano contenute nell’analisi, se ce n’è stata una, che ha portato alla redazione e all’approvazione della legge contro il femminicidio. Di queste donne, biologiche o non biologiche, non importa poi molto.

Figuriamoci pensare che siano anche, talvolta, madri. O no?