Il paradosso – o nemesi – della carenza idrica a Roma è pari all’eventualità che nella Silicon Valley salti la connessione Internet: la città, che ha inventato gli acquedotti di moderna concezione e che aveva un sistema di approvvigionamento d’acqua senza pari dal 312 a.C., ora è a secco.

Il sistema di acquedotti aveva consentito di fornire a una città, che nell’epoca augustea raggiungeva già 1 milione di abitanti, acqua sufficiente a soddisfare il fabbisogno per usi personali e commerciali. Teniamo conto che, a quel tempo, l’acqua a Roma veniva “sprecata” sia dal largo uso nelle terme, sia nel dispendioso utilizzo di fontane pubbliche e monumentali, e perfino nelle naumachie (battaglie navali organizzate dentro al Colosseo, che per l’occasione veniva allagato).

All’inizio del III° secolo d.C., la città di Roma era già servita da undici acquedotti principali. Il primo, costruito nel 312 a.C. e lungo poco più di 16 chilometri, fu quello dell’Acqua Appia, quasi completamente sotterraneo. Ancora in parte conservato è l’Acquedotto Claudio, lo stesso ripreso nel film di Paolo Sorrentino, lungo circa 69 chilometri (di cui 10 costituiti da arcate, alcune alte anche 27 metri), oltre a un condotto dell’Acqua Marcia che trasportava ogni giorno a Roma 190.000 metri cubi d’acqua. Nell’approssimarsi dell’area urbana, sospinta dalla forza di gravità, l’acqua raggiungeva vasche di distribuzione, poi, attraverso diramazioni, defluiva verso altri bacini.

Si calcola che la rete idrica di Roma crebbe al punto che ogni singolo abitante avrebbe potuto usufruire di oltre 1.000 litri d’acqua al giorno. Il condotto detto specus veniva rivestito dal cocciopesto, un’amalgama impermeabile che viene ancor oggi usata in architettura con ottimi risultati sia funzionali che estetici.

La necessità poi di dotare la città di un sistema efficiente di approvvigionamento idrico e di altrettanto efficienti sistemi fognari, tali da conferire benessere ai suoi abitanti, era così sentito, diffuso e condiviso, che lo storico degli acquedotti romani, nonché “curator aquarum”, Sesto Giulio Frontino si spingeva a definire inutili ed oziose le piramidi e i, pur celebrati, templi greci in confronto alle opere idrauliche romane, lo stesso che dopo raccomandò di non sprecare denaro per erigere monumenti celebrativi della sua morte.

Non solo ardita costruzione ma manutenzione attenta e continua, pratica che all’epoca di Augusto contava più di 700 addetti; già perché le opere infrastrutturali richiedono manutenzione continua, anche se poco o nulla risultano suggestive per la fama (e fame) dei nostri amministratori, attratti dai vantaggi economici e intenti a lasciare un segno tangibile con mega palacongressi, mega auditorium, centri fieristici permanenti o temporanei che non finiscono mai (forse per prolungare la fama di chi li ha voluti?) e che si quintuplicano nei costi, quando va bene.

Invertendo questa tendenza e privilegiando il recupero, sia dell’edilizia storica, sia delle infrastrutture, acquedotti, fognature, strade, si potrebbero raggiungere diversi risultati e per la qualità dei servizi e per la bellezza.