Laura Boldrini, presidente della Camera, puntualizza: “Non ho mai affermato, in nessuna circostanza, di voler abbattere i monumenti del Ventennio. È falso, letteralmente inventato. È una bufala”. E’ vero, non l’ha fatto in questi termini, ma in risposta a chi le ha chiesto se, alla luce del dibattito sull’apologia del fascismo innescato dalla proposta di legge Fiano, non ci sia in Italia un problema con alcuni monumenti come l’obelisco Mussolini Dux al Foro Italico.

La presidenta, mettendo in relazione il turbamento che le è stato manifestato dai partigiani, accolti alla Camera nel settantesimo anniversario della Liberazione, con il fatto che l’Italia – al contrario della Germania – è disseminata di simboli del fascismo, ha dichiarato: “Non accade altrettanto in Germania dove i simboli del nazismo non ci sono più. Io rispetto la loro sensibilità, ma è evidente che in Italia questo passaggio non c’è stato”.

Ha, cioè, di fatto, ammesso implicitamente che questo passaggio sarebbe stato necessario, scatenando le inevitabili polemiche. Non si può tollerare che la seconda carica più importante della Repubblica (insieme al presidente del Senato) che avrebbe almeno l’obbligo della chiarezza, si dimostri invece del tutto inadeguata alla carica che riveste, facendo dichiarazioni approssimative e superficiali su temi di tale importanza, al punto da scatenare un putiferio mediatico.

Innanzitutto, dimostra di ignorare il complesso iter culturale che permette a un manufatto di raggiungere il valore di monumento, che spesso coincide con il suo alto valore simbolico. Pertanto, quando la Boldrini parla dei simboli del fascismo riferendosi marginalmente alle “scritte” (nel 2015 ingenuamente dichiarò “È ormai il momento di togliere almeno la scritta Dux dall’obelisco del Foro italico intitolato a Mussolini”), ignora che essi vadano considerati nel contesto in cui sono stati concepiti.

Nel caso del Foro italico, quello che alla presidenta sembra solo un monolito con l’unica funzione di supportare la scritta Dux, segna in realtà un importante snodo urbano a conclusione del Piazzale dell’impero e in asse con il monumentale collegamento con il Flaminio attraverso il Ponte Duca d’Aosta, in cui convergono a raggiera sei arterie provenienti da diverse regioni del Foro.

L’articolato impianto del Foro Mussolini, esso stesso simbolo e monumento, disegnato da Del Debbio prima (1928) e da Moretti poi (1935), comprende edifici di indubbia qualità architettonica, tra i quali la Casa delle armi, lo Stadio dei marmi, lo Stadio dei cipressi, lo Stadio del nuoto, progettati dai migliori architetti italiani di quegli anni: Vitellozzi, Morpurgo, Lugli, Paniconi , Pediconi, Costantini, Moretti, Del Debbio. Doveva rappresentare, dal punto di vista pedagogico, il più gigantesco esperimento di educazione di Stato che la storia ricordi.

Rimanendo a Roma, solo per citare alcuni monumenti-simbolo, è a tutti noto che l’Eur, un intero quartiere a Sud della capitale, è l’espressione del progetto E42, destinato ad essere la sede dell’Esposizione universale di Roma per celebrare il ventennale del regime. La Casa del Balilla o ex palazzo della Gioventù italiana del Littorio (Gil) a Trastevere, una straordinaria opera, progettata nel 1933 da un giovanissimo Luigi Moretti, è il simbolo dell’educazione sportiva e politica dei giovani e rappresentava l’espressione della legge del 1926 con la quale il fascismo istituiva l’Opera nazionale Balilla, che arruolava i ragazzi dagli otto ai 18 anni.

Accertato come il valore di “simbolo e monumento” per la Boldrini siano concetti – quando non immediatamente riconoscibili ed evidenti – approssimativi e svincolati dalle circostanze e dai contesti culturali che li hanno generati, questa ultima infelice uscita spiega perché la presidenta impieghi il suo tempo e il suo ruolo per una disfida culturale che ai più sembra oziosa e pedante: declinare alcuni sostantivi al femminile.