La Procura ha perso la grande occasione di “scardinare il sistema”. E ancora: “Avevano per le mani un reo confesso come Buzzi, pronto ad aprire la storia delle corruzione e spiegare come funzionava il sistema degli appalti e le spartizioni a livello politico”. Ma “lo hanno liquidato come non credibile costruendo un mostro di processo che alleggia sotto l’accusa del 416bis che non c’è”. Nell’aula bunker di Rebibbia è il giorno dell’arringa dell’avvocato di Salvarore Buzzi, il ras delle cooperative imputato del maxiprocesso per Mafia Capitale. Ma il suo avvocato Alessandro Diddi, arrivati alla 219esima udienza, gioca tutta la difesa sull’attacco. Il suo affondo è prima di tutto contro contro il pool Antimafia che nella requisitoria “aveva l’associazione a delinquere finalizzata a intimidire gli amministratori pubblici con l’intimidazione della storia criminale di Carminati“. E finisce puntando il dito contro la politica.

“A Roma abbiamo registrato l’atteggiamento ostile della Procura nei confronti di uno che stava confessando fatti di corruzione – sostiene il legale – “non ci interessa” gli ha detto chi stava ad ascoltarlo durante uno dei tanti interrogatori. Alla fine ne abbiamo fatti ben cinque e la cosa si è interrotta quando Buzzi ha negato di aver corrotto Gianni Alemanno e non ha confessato il 416 bis”. Ed ecco il punto: “Buzzi vuole essere condannato ma per quello che ha fatto, e non per quello che non esiste – conclude – Qualcuno ha definito “dopato” questo processo. In realtà questo è un processo sbagliato in cui è stato costruito un qualcosa che non sta nelle carte”. Eppure chiedendo le pene per Carminati e Buzzi la procura aveva parlato di “karaoke della corruzione” sostenendo che mai come nel processo contro Mafia Capitale si sono avute tante prove per dimostrare la corruzione tra funzionari pubblici e imprenditori corrotti.

In sostanza la difesa tenta di sottrarre Buzzi al 416bis e di ridare ossigeno alla confessione che – a detta del suo legale – avrebbe dovuto orientare diversamente le indagini dei pm che invece avrebbero assimilato il manager delle coop alla figura di Massimo Carminati che definisce “un vecchio arnese criminale sulla via del tramonto circondato da quattro balordi”. Il suo cliente, sostiene, si trova la contestazione di associazione mafiosa “assieme a personaggi che neppure conosce”. Perché “c’è mondo che ruota attorno alla figura di Carminati – aggiunge Diddi – che ha un vastissimo circuito relazionale che però non ha alcun punto di contatto col circuito relazionale di Buzzi, legato al Cns, alle cooperative politiche, alla pubblica amministrazione. Un mondo immenso in cui Carminati, un poveretto prigioniero della sua leggenda, cercando di far prevalere la sua figura senza riuscirvi perché sono cambiati i tempi, non ha ruolo nè contatti. Buzzi non ha più nulla da perdere – ha aggiunto, intervenendo nell’aula bunker di Rebibbia – sa che ormai passerà in carcere tanti altri anni, come imprenditore è finito, ma non ha mai minacciato nessuno, non si è servito di Carminati come un ordigno incendiario da mettere sotto le saracinesche”.

La difesa chiama in causa anche la politica. Non tanto per le 220 tessere del Pd che Buzzi asseriva di aver comprato ma per il ruolo che hanno avuto nel consentire la commistione dei reati. A partire dal presidente della Regione Nicola Zingaretti (Pd) che nelle parole dell’avvocato Diddi viene definito “il garante della spartizione politica degli appalti”. “Qui abbiamo a che fare con un sistema di corruzione marcio e spaventoso, a tutti i livelli (Comune, Regione, Parlamento). Altro che mafia, altro che Carminati. Mi riferisco anche alla gara Cup, un’operazione di sistema fatta con il Presidente della Regione, garante della più grande spartizione politica”. Ma proprio Zingaretti, che era stato indagato, è stato archiviato con un provvedimento del gip il 7 febbraio scorso. 

Poi torna al concetto di occasione sprecata allargando così lo spettro delle responsabilità: “In questo processo – aggiunge il penalista – hanno sfilato prefetti e amministratori pubblici che hanno fatto figure barbine, in alcuni casi si sono perfino avvalsi della facoltà di non rispondere. Noi invece abbiamo voluto dare dignità a Buzzi che è un reo confesso, perché ha ammesso tutte le corruzioni, ha dato tutte le chiavi di lettura dei vari fenomeni, ha ricostruito tutti i passaggi essenziali delle procedure amministrative a noi addebitate come segno di infiltrazione mafiosa, a cominciare dalla gara Cup”. Una tesi ampiamente anticipata dalla dichiarazioni dello stesso Buzzi: “Io e Carminati come Totò e Peppino. Le tangenti? Eravamo di lotta e di governo”.