Ci sono due notizie da dare sull’Eurovision Song Contest, che in questi giorni si sta svolgendo a Kiev: una è buona e l’altra è cattiva.

Quella buona è che finalmente sempre più italiani si stanno affezionando alla manifestazione canora più seguita al mondo e che sta diventando un appuntamento imperdibile anche qui, anche se solo per una sempre più corposa minoranza. Quella cattiva, invece, è che, come spesso succede, gli italiani stanno interpretando il senso dell’Eurovision Song Contest in un modo sbagliato.

La responsabilità, tanto per cambiare, è soprattutto dei social network, che durante la diretta delle due semifinali si sono trasformati in arene tipo Colosseo con migliaia di twittaroli assetati di trash come i romani ai tempi che furono.

Sia chiaro: negare che il baraccone musical-continentale sia ad alto tasso di trash sarebbe una bugia bella e buona. Piace anche per questo e non c’è nulla di male. Ma voler soffermarsi solo su questo aspetto dell’intera faccenda è segno di un provincialismo tutto italiano che imbarazza. Ci stanno i tweet ironici sugli stili improbabili di questo o quel concorrente, sulla treccia iper-tamarra del cantante montenegrino o sui capelli troppo fonati di una cantante. Fa parte del gioco e anche questo è Eurovision Song Contest.

Ma non può essere ridotto tutto a una fiera del cafonal, semplicemente perché non è così. E altrove, in Europa, lo sanno bene. L’Eurovision Song Contest è una festa popolare di dimensioni impensabili alle nostre latitudini e, come è giusto che sia, tiene insieme suggestioni, mode, stili e costumi (musicali e non) di 42 paesi d’Europa (più l’Australia). E fa strano che nell’epoca del (sacrosanto) relativismo culturale e del rispetto per tutte le differenze del globo, poi si stia lì a sfottere questo o quel Paese che, secondo i fenomeni del Twitter, sarebbe rimasto indietro di 20 o 30 anni rispetto alla modernissima Italia.

Pochissimo spazio per il commento alle canzoni, ancora meno per l’enorme macchina produttiva e televisiva che è l’Eurovision Song Contest, un insieme di ingranaggi oliati alla perfezione che funzionano come dovrebbe funzionare qualsiasi show fatto come Dio comanda. Come dovrebbe funzionare Sanremo, per esempio. E se, malauguratamente, un’edizione ha meno trash del previsto, partono persino le lamentazioni pubbliche, il rammarico per un’occasione persa di stupidera twittarola. Perché per molti, troppi commentatori, l’Eurovision Song Contest è solo quello, un freak show per far ridere o inorridire gli spettatori.

Peccato che molti di questi spettatori siano inconsapevoli di quanto altro contiene un evento del genere. Dai risvolti culturali e persino politici e diplomatici a quelli sociali e di puro intrattenimento. Dove erano, i commentatori di oggi, quando l’Italia non partecipava all’Eurovision Song Contest per snobismo e spirito sparagnino, e i carbonari appassionati vagavano per il web alla ricerca di una diretta streaming pirata da qualche parte? Ecco, forse è il caso che questa minoranza illuminata nella minoranza dei telespettatori attuali dell’Eurovision si assuma il compito di spiegare agli ossessionati dal trash che l’Eurovision Song Contest non è solo quello e che battendo solo su questo aspetto (pur presente) si fa un danno enorme alla manifestazione e alla percezione che si ha della stessa sul suolo italico. In Paesi decisamente non “tamarri” come Svezia o Regno Unito, l’evento fa ascolti da finale dei mondiali. Dalle nostre parti no, si è deciso di trasformare uno spettacolo bellissimo (musicalmente può piacere o meno, ovviamente) in un divertissement caciarone per minoranze, dando ragione a quei radical chic senza se e senza ma che ragione non hanno e che archiviano il tutto come una cafonata per decerebrati. È un peccato, un enorme peccato. E in fondo basterebbe meno superficialità per rendersi conto dei tantissimi pregi di una festa di popolo che ogni anno entusiasma un continente intero.