Pochi giorni prima di essere licenziato, il direttore dell’Fbi James Comey aveva chiesto più risorse al dipartimento di Giustizia per l’inchiesta sul cosiddetto Russiagate sui presunti rapporti tra la campagna di Donald Trump e Mosca. L’accusa è arrivata del New York Times che ha citato tre fonti a conoscenza della vicenda. Il dipartimento ha smentito ufficialmente la ricostruzione, definendola una “fake news” e lo stesso presidente Usa ha ribadito che Comey “è stato licenziato perché non faceva un buon lavoro”.

Secondo il quotidiano, Comey aveva avanzato la richiesta di un consistente aumento di fondi e personale da dedicare all’indagine solo la scorsa settimana. La richiesta è stata fatta durante un incontro con Rod Rosenstein, il vice ministro della Giustizia che ha scritto il memo del dipartimento di Giustizia usato per giustificare il licenziamento del direttore dell’Fbi. Comey ha quindi riferito dell’incontro con Rosenstein nel corso di un briefing con i membri del Congresso. Per difendere la decisione di Trump è intervenuto anche Mike Pence, il vicepresidente Usa: “La decisione”, ha detto, “è stata adeguata nel momento adeguato”. Trump “non è sotto indagine” e “non ci sono prove di cospirazione che coinvolga la nostra campagna e il governo russo”, ha detto Pence.

Nel frattempo Mosca ha detto che la vicenda non riguarda in nessun modo i rapporti tra Russia e Stati Uniti. “Non ci sarà”, ha detto il presidente Putin intervistato dalla Cbs, “alcun impatto sulle nostre relazioni. E’ una domanda che suona buffa, non ha nulla a che fare con noi. Trump agisce sulla base della Costituzione”. Posizione simile quella del ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov: “E’ un affare interno degli Usa, Mosca non ha niente a che fare con la vicenda”.