Le storie legate all’immigrazione oggi sono tornate ad avere “enorme rilevanza” e si trasformano ancora in “immani tragedie, intorno alle quali “i temi della solidarietà e della dignità della persona, si scontrano, prima ancora che con preoccupazioni legate alla sicurezza, con intolleranza, discriminazioni e diffusa incapacità di riuscire a comprendere ciò che è in atto, ciò che sta accadendo nel mondo”. Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che in questi giorni è in visita in Argentina, un Paese dove è inevitabile parlare di immigrazione, per di più italiana. “Qui in Argentina, possiamo ben dirlo, è nata l’italianità – ha detto il capo dello Stato – Prima ancora di essere cittadini del Regno d’Italia, gli emigranti provenienti dagli antichi Stati peninsulari si sono riconosciuti italiani a Buenos Aires, in istituzioni e organizzazioni comuni. Qui è stata custodita, sin dai momenti di crisi del processo unitario del Paese, la nostra identità. Per questo la Repubblica italiana è grata a questa terra e a voi che, con il vostro lavoro e con il vostro ingegno, avete reso il nome d’Italia apprezzato e considerato”.

E’ chiaro che i fenomeni migratori di inizio Novecento che portarono alla nascita della comunità italiana in Argentina riportano alla mente i fenomeni dei flussi nel Mediterraneo. “Non possiamo che volgere lo sguardo all’esperienza che la terra argentina ha vissuto e alle vicende che hanno attraversato il nostro Paese, fin da prima dello stesso raggiungimento dell’Unità d’Italia” ha detto Mattarella parlando al teatro Coliseo di Buenos Aires gremito di italo-argentini. “Un fiume in piena quello che si riversò dall’Italia verso il resto del mondo: 803mila gli emigrati nel solo anno 1906! In cento anni emigrarono circa 26 milioni di italiani. Una nazione fuori dalla nazione. Ecco perché – ha proseguito il capo dello Stato – non c’è una sola storia d’Italia ma, accanto a quella del territorio nazionale, si è sviluppata una storia degli italiani: tante storie degli italiani, quante erano le comunità italiane trapiantate all’estero. La storia dell’emigrazione italiana è, prima ancora dell’Unità d’Italia, la storia unitaria del nostro popolo”.

Il presidente ha poi ricordato che “la Repubblica italiana, all’art.35 della Costituzione, ha voluto riconoscere espressamente il valore dell’emigrazione, sottolineando, da un lato, il ripristino di questa piena libertà per i nostri concittadini. Richiamando, dall’altro, l’impegno a tutela del lavoro degli italiani all’estero”.

Mattarella ha anche citato Antonio Gramsci, che “preconizzava con lo sviluppo del Paese, il venir meno della funzione dell’Italia come produttrice di riserva operaia per il mondo intero”. L’immigrazione, ha continuato Mattarella, fu “incoraggiata con accordi tra governi, con lo scopo di alleggerire un corpo sociale ritenuto dalle classi dirigenti dell’epoca troppo denso, troppo pesante, misurato su quelle che si ritenevano essere le risorse dell’Italia. Una tesi, quest’ultima infondata, denunciava nel primo dopoguerra Carlo Rosselli. Per il leader di Giustizia e Libertà la tesi secondo la quale il pauperismo italiano fosse figlio della pressione demografica era totalmente infondata: lo dimostrerà la storia successiva. Nel 1961, Centenario dell’Unità d’Italia, a popolazione raddoppiata, il reddito pro-capite del Paese risulterà quadruplicato”.