MILANO- Bisognerebbe che gli uomini, i quali le comprano e le uccidono, sentissero tutta l’immoralità della loro azione, della loro parte di mercanti di schiave e ne provassero spavento. Bisogna salvare gli uomini. (Anton Cechov)

La miseria del sud del mondo, l’emigrazione forzata, il dramma della prostituzione: la maschera piangente femminile è tutta in questa “Medea in tangenziale”. Un furgone dagli ammortizzatori sfondati cerca l’uscita da Milano per condurci, pubblico e attrice, fuori, lontano da palazzi e civiltà. Sette spettatori per un’attrice che ci affronta nello spazio ristretto del retrovano. Il suo è uno sguardo corrosivo e acido che trafigge il nostro, miope e offuscato. Il mondo occidentale ha bisogno di schiavi, vecchi e nuovi, per rimpolpare le proprie democrazie che aprono le porte allo straniero dandogli opportunità, ma soltanto sulla carta. Ha bisogno di chi sta più in basso nella catena alimentare sociale, ha bisogno di sfruttare per non essere sfruttato. Qui, il tragico miserabile è la normalità e le lacrime sono ormai secche e aride.

Dal Teatro dei Borgia di Barletta è nata, come Venere sfortunata, la nostra Medea, rumena sbarcata come carne da marciapiede sulle nostre coste. Stipati su un furgoncino da sette posti come su un carro merci, ci trasportano, siamo in viaggio, stiamo andando, fuggendo come clandestini, quasi fossimo su un barcone: attraversiamo le strade di Milano. Forse quello che guida è il caporale e ci stanno portando al campo dei pomodori oppure a scaricarci sui vialoni sparsi nella metropoli. Che le prostitute ci sono perché c’è una grande e continua richiesta (come ci ricorda Giuliana Musso con il suo “Sexmachine”).

Mentre l’uomo alla guida non parla e il furgone scassato dalle tende color della pace corre tra saracinesche disegnate e cani al guinzaglio, tram di legno e bambini magrebini che zigzagano in bicicletta, benzinai e siepi, il pubblico sta dietro e, attonito, scruta in silenzio. All’improvviso la porta scorrevole come un sipario si spalanca lasciando entrare l’ennesima figura, la nostra Medea in tangenziale.

Ha voglia di raccontarsi, ride avvilita. Il suo è un viaggio negli Inferi, un incunearsi nei budelli dello squallore. Si infiamma con il rossettone e gli occhi dal trucco nero pesante, il cerone spesso e bianco. Elena Cotugno lavora anche a fianco di prostitute ed è in quell’ambiente che ha documentato il suo personaggio. Con parole taglienti e scandite ci spinge nel suo mondo fatto di papponi che ti mettono sulla strada promettendoti il matrimonio quando il debito per averti salvato sarà estinto. Coautore dell’opera è Fabrizio Sinisi, drammaturgo che non ha ancora sforato i 30 anni e ha già lavorato con i migliori registi italiani; ha peraltro pubblicato il volume Tre drammi di poesia, uscito di recente per Edizioni di Pagina.

La Cotugno è materia e grida trattenute: è sfibrata e sfrontata, nelle occhiaie ha tutta la stanchezza dei corpi, la pesantezza delle parole che si trascina. Ti guarda e cerca una sponda, una reazione: ci trafigge, ci inchioda ai sedili, ci indaga dentro, sembra chiederci come sia possibile, ci dice di aprire gli occhi sulla tragedia che quotidianamente osserviamo senza soffermarci, gli stivali alle ginocchia, le minigonne, i tacchi, merce con le gambe da usare come contenitori dove svuotarsi e abusare come fazzolettini.

Intanto passano sotto di noi parchi e murales che graffiano di malessere: lei racconta dei clienti mentre si toglie strati di mutandine su mutandine e ci regala preservativi. Siamo già nella periferia milanese e lo skyline di Isola si nota a mala pena. Sopra, dietro il cassone, un’attrice che interpreta la prostituta ci racconta la storia universale di infinite prostitute mentre sotto, nella strada reale, le vere prostitute aspettano sul ciglio, tra il guardrail e i campi. Presto arriveranno i loro clienti e sicuramente sfrutteranno quella miseria per un secondo di piacere. Il teatro diventa reale in un attimo.

La tangenziale è una lingua che lecca voglie ormai stanche. La “ragazza rumena”, che ci recita a mezzo metro di distanza, si sfoga, lascia i panni della donna di strada, si ripulisce, racconta senza enfasi il suo dolore immenso che la fa essere una moderna Medea, poi scende, si mischia con il mondo lasciandoci il bagaglio gravoso delle sue parole.

Anche noi colpevoli, collusi, complici di questo sfruttamento continuo ai margini dell’asfalto senza farci troppe domande, voltando la testa. La nostra posizione preferita? Le mani sulla bocca, sugli occhi e sulle orecchie.

Mai versato un euro per una prestazione sessuale. Mai. La gioia e la soddisfazione più bella sono la conquista. Se tu paghi una donna, che soddisfazione può esserci? (Silvio Berlusconi)