di Roberto Iannuzzi*

L’approccio “muscolare” adottato nelle ultime settimane dall’amministrazione Trump, dalla Siria alla Corea del Nord, è in realtà un segno di debolezza da parte dell’America e del suo presidente. Le sue azioni militari appaiono talora allarmanti talaltra poco credibili, essendo frutto di scelte confuse, se non addirittura di imbarazzanti gaffe, com’è avvenuto nella “crisi coreana”: è emerso che la portaerei Carl Vinson non era diretta verso Pyongyang, come sbandierato da Trump, bensì verso le acque australiane.

Tale approccio è indice, più che della definizione di una chiara linea di politica estera, di un’evoluzione degli equilibri all’interno dell’amministrazione e dell’establishment  statunitensi, cui si aggiunge l’esigenza, da parte di Trump, di dare una dimostrazione di forza dopo una serie di fallimenti sul fronte interno.

Fin dalla sua inaspettata vittoria elettorale, il neopresidente è stato al centro di uno scontro durissimo fra repubblicani e democratici, fra la nuova amministrazione e la comunità dell’intelligence, fra la Casa Bianca e i principali mezzi di informazione. Tale scontro si è focalizzato sulle presunte ingerenze russe nella campagna presidenziale americana, e sulle supposte collusioni fra Mosca e alcuni membri dello staff presidenziale. Sebbene l’intelligence statunitense non abbia ad oggi fornito prove soddisfacenti né su tali ingerenze né sulle collusioni fra l’entourage di Trump e gli esponenti del governo russo, la rovente controversia politica ha finito per influenzare sia la composizione della nascente amministrazione che le sue scelte iniziali di politica estera.

Alcuni fra gli elementi più vicini al neopresidente sono stati estromessi, o almeno temporaneamente emarginati. Fra essi spiccano Michael Flynn, che Trump aveva posto alla guida del Consiglio per la sicurezza nazionale, e l’esponente della “destra alternativa” e capo stratega del presidente Steve Bannon. Il primo è stato costretto a dimettersi, mentre l’influenza del secondo sembra al momento in declino.

All’apparente tramonto delle personalità considerate ideologicamente più “radicali” ha tuttavia fatto da contraltare l’ascesa di figure militari: il generale H.R. McMaster, che ha preso il posto di Flynn, e soprattutto il generale in pensione James Mattis, attuale segretario alla Difesa. È quest’ultimo a essere considerato la figura più influente all’interno dell’amministrazione, per quanto riguarda la politica estera. Mattis ha inoltre uno stretto legame personale e lavorativo con Jospeh Dunford, comandante degli Stati maggiori congiunti dell’esercito.

La propensione di Trump a mostrarsi come un “uomo forte” e l’incompleta definizione del consiglio per la Sicurezza nazionale a seguito dello “scandalo Flynn” hanno spinto il presidente a concedere ampi margini di manovra al Pentagono, soprattutto per quanto riguarda le scelte strategiche in Medio Oriente e la lotta contro l’Isil, il sedicente “Stato Islamico”. L’asse Mattis-Dunford ha perciò assunto un ruolo preponderante, anche alla luce del fatto che l’attuale segretario di Stato Rex Tillerson ha per il momento adottato un basso profilo. Il progressivo ridimensionamento del dipartimento di Stato a vantaggio del Pentagono è peraltro una tendenza che precorre l’elezione di Trump, risalendo agli anni immediatamente successivi all’11 settembre.

Mattis e Dunford hanno giocato una parte importante nel convincere il presidente della necessità di “punire” il regime siriano per il presunto attacco chimico del 4 aprile scorso. Inoltre, mentre Bannon e Flynn (anch’egli proveniente dalla gerarchia militare, ma in rotta di collisione con quest’ultima) erano favorevoli a un dialogo con la Russia, i vertici del Pentagono considerano Mosca un avversario la cui influenza in Medio Oriente è necessario contenere.

La strategia di politica estera della nuova amministrazione ha dunque subito una sorta di “metamorfosi”. Tale strategia è frutto dell’instabile sintesi fra una Casa Bianca “ondivaga” e incompetente (sia Trump che i suoi collaboratori si sono contraddetti più volte sulle sorti del presidente siriano Assad, sul rapporto con la Nato, ecc.) e un Pentagono pragmatico, ma per sua natura propenso alle soluzioni “muscolari”. Tali soluzioni non contemplano necessariamente grandi mobilitazioni di truppe americane, o operazioni belliche in grande stile.

Ad esempio, sebbene la recente ritorsione missilistica di Trump in Siria abbia suscitato gli entusiasmi degli ambienti neoconservatori, degli internazionalisti liberali e di gran parte della stampa statunitense, i vertici militari (che ancora ricordano la lezione dell’Iraq) hanno chiarito che la rimozione di Assad non rientra negli obiettivi di Washington.

Tuttavia, il ricorso all’aviazione, l’impiego di droni, il dispiegamento di forze speciali o di limitati contingenti convenzionali, vengono considerati dal Pentagono strumenti abituali di intervento. In assenza di un’azione diplomatica dagli obiettivi chiari e definiti, che al momento sembrano purtroppo mancare all’amministrazione Trump, il ricorso a interventi militari seppur limitati può risultare ugualmente destabilizzante in una regione già travagliata dai conflitti come quella mediorientale.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (aprile 2017)