Un’ora dopo aver accusato Barack Obama di essere “caduto in basso” per aver fatto intercettare i suoi telefoni in campagna elettorale, Donald Trump se la prendeva con Arnold Schwarzenegger – peraltro, uno dei suoi obiettivi polemici privilegiati. “Arnold Schwarzenegger non sta lasciando The Apprentice volontariamente”, scriveva Trump in un tweet. “E’ stato licenziato per i suoi cattivi (patetici) ascolti, non da me. Fine triste per un grande show”.

Incontinenza verbale e psicologica di un leader ormai fuori controllo? Oppure una scelta precisa, una mossa oculata, che svela una strategia stabilita a tavolino? Difficile dirlo, anche se va notata una cosa. Già nel passato Donald Trump si è rivelato un maestro di diversione, capace di far esplodere polemiche e sviare l’attenzione dei media quando le cose, per lui, si mettevano male. E’ successo in campagna elettorale: ogni volta che i giornalisti gli chiedevano della sua dichiarazione delle tasse, lui parlava delle email di Hillary Clinton.

E’ successo durante la transizione: si moltiplicavano le voci sui rapporti tra membri della campagna elettorale di Trump e il Cremlino, e il futuro presidente parlava di un complotto contro di lui dell’intelligence americana. E’ successo, ancora, poco prima dell’inaugurazione. Si discuteva del peso di interessi e finanziamenti stranieri sui membri di questa amministrazione. E Trump si scagliava contro chi brucia la bandiera americana. Succede di nuovo oggi. La questione poco chiara dei legami con la Russia si allarga e Trump lancia accuse gravissime al suo predecessore e al conduttore di un programma televisivo (che lui ha condotto nel passato).

Nella strategia di diversione, peraltro, ritornano ogni volta degli elementi comuni: il fatto che questi tweet partano spesso a notte fonda o al mattino presto, in modo da occupare l’apertura delle news; il dato sorpresa – a chi potrebbe venir in mente che il presidente degli Stati Uniti, nel momento in cui il suo attorney general traballa, è occupato dalle sorti di uno show televisivo?; infine, l’assoluta indimostrabilità delle accuse che Trump lancia: come per la questione del complotto dell’intelligence contro di lui, non c’è alcuna prova che Obama abbia intercettato gli uffici della Trump Tower. Ma le prove, la realtà, non sono mai un problema. Una volta che i fatti alternativi conquistano i titoli, l’effetto diversione è assicurato.

Diversione, distrazione, sono del resto diventati strumenti necessari del governo di Donald Trump. Il presidente, raccontano fonti della Casa Bianca (particolarmente generose di dettagli da quando Trump si è insediato), è arrabbiato. Dice che ogni settimana un “mini-scandalo” turba la sua amministrazione e mette in secondo piano quello che lui e i suoi uomini stanno facendo. Il furore sarebbe esploso in settimana, al ritorno da un viaggio in Virginia. Trump si sarebbe scagliato, arrivando a insulti pesantissimi, contro il chief of staff Reince Priebus e contro il team di comunicazione, incapaci di capitalizzare il successo del discorso al Congresso e di bloccare il fiume di illazioni, sospetti, notizie che emergono su contatti tra i suoi collaboratori e il governo russo.

Il tema Russia è, per lui, sempre più imbarazzante. A una conferenza stampa, il mese scorso, Trump ha detto di “non avere niente a che fare con la Russia” e che “per quanto ne so, nessuno con cui ho a che fare ha avuto rapporti con la Russia”. I fatti sembrano altri. Per contatti non autorizzati con esponenti del governo di Mosca, in cui avrebbe parlato anche di sanzioni, si è dovuto dimettere il national security advisor, Michael Flynn. Per almeno due incontri con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak ha dovuto fare un passo indietro il segretario alla giustizia Jeff Sessions, che annuncia che non gestirà alcuna questione relativa ai contatti tra amministrazione e Russia (indagati dall’FBI, che dipende proprio dal Dipartimento alla giustizia).

Non ci si ferma però qui. Un paio di giorni fa è emerso che anche Jared Kushner, genero e tra i consiglieri più ascoltati di Trump, ha incontrato lo stesso ambasciatore Kislyak, a dicembre, nella Trump Tower, insieme a Michael Flynn. L’ambasciatore russo è stato fatto entrare da un’entrata di servizio, per aggirare i giornalisti presenti davanti alla torre. Il portavoce della Casa Bianca dice ora che l’incontro è servito “per stabilire una linea di comunicazione” e che Kushner “ha avuto incontri con molti altri rappresentanti di Stati esteri”. Ma la notizia, nel momento in cui sospetti e tensioni crescono, non ha di certo rasserenato il clima.

E’ arrivato infine il “New York Times”, nelle scorse ore, a rilanciare dubbi e domande. Secondo il Times, Paul Manafort, che ha diretto la campagna elettorale di Trump prima di essere allontanato proprio per i suoi legami poco chiari con i russi, ha intrattenuto relazioni regolari, per tutta la durata della campagna, con Konstantin V. Kilimnik, un cittadino russo e ucraino indagato a Kiev per essere una spia russa. E alla Republican National Convention di Cleveland, a luglio, J. D. Gordon, ex funzionario del Pentagono finito nel team sulla sicurezza nazionale di Trump, si è incontrato proprio con l’ambasciatore Kislyak. Gordon era l’uomo che, alla Convention, cercava di ammorbidire il liguaggio della piattaforma del partito nei confronti della Russia.

Va detta, molto chiaramente, una cosa. Non c’è, al momento, alcuna prova che gli incontri tra i collaboratori di Trump e i russi siano stati qualcosa di più di occasioni di pura cortesia diplomatica e istituzionale. Non c’è, in altre parole, alcuna prova di interessi o accordi illeciti e sottobanco. Anzi, come fanno notare alcuni esperti di politica internazionale, la vera e propria ossessione anti-russa che si sta impadronendo della politica e dei media statunitensi rischia di minare la possibilità stessa di normali relazioni diplomatiche. Anche con i rivali politici internazionali, infatti, si discute, si media, ci si incontra; e la “caccia all’untore”, a chi solo pensa di poter incontrare i russi, non serve a nessuno. Nemmeno agli interessi americani.

E’ però un fatto che il tema Russia perseguita e con ogni probabilità continuerà a perseguitare questa amministrazione. Resta infatti, sullo sfondo, il dossier più esplosivo: quello compilato da un ex agente dell’intelligence britannica, Christopher Steele, che dettaglia sui rapporti tra Trump e i russi e che sostiene che esponenti della campagna di Trump collaborarono nell’hackeraggio dei server del partito democratico. Su queste accuse sta indagando l’FBI. Se ci fosse qualche conferma, anche la strategia della diversione, a quel punto, servirebbe a poco.