di Paolo Balduzzi (Fonte: Lavoce.info)

Gli strumenti di democrazia diretta che M5S vuole introdurre a Roma sono compatibili con quanto prevede il Testo unico degli enti locali. E la possibilità di sperimentare su base locale nuove politiche pubbliche è uno dei vantaggi del federalismo.

La proposta M5S

Ha destato parecchio scalpore la recente proposta del Movimento 5 Stelle di una delibera di modifica dello statuto comunale di Roma, con l’intento di introdurre strumenti di democrazia diretta. Si può davvero parlare di una rivoluzione o è semplicemente la scoperta dell’acqua calda?

La proposta non si trova online (o almeno, io non l’ho trovata). Ho perciò utilizzato come fonte il sito di Beppe Grillo e quello dell’assessorato Roma semplice.
L’idea ruota intorno all’introduzione nello statuto capitolino di alcuni strumenti ritenuti fondamentali per aumentare il livello di democrazia delle istituzioni e il coinvolgimento dei cittadini. Si tratta, nello specifico, della possibilità di presentare petizioni online, di aumentare lo spettro di referendum possibili e di introdurre il bilancio partecipativo.

Per quanto riguarda le petizioni online, la novità sembrerebbe riguardare il mezzo (il web, appunto) più che lo strumento (la petizione), già esistente. Per il momento, non sono possibili ulteriori valutazioni: che significa infatti “online”? Che si potrà presentare la petizione tramite posta certificata? O che la si potrà “caricare” direttamente sul sito del Comune, qualunque cosa ciò possa volere dire? E quante sottoscrizioni serviranno affinché il comune sia obbligato a rispondere?

Per quanto riguarda i referendum, la proposta mira a introdurne di propositivi e consultivi, oltre all’abrogativo – apparentemente già previsto – nonché la possibilità di voto elettronico. Si scopre però che il voto elettronico non dovrebbe essere espresso da casa, bensì comunque in cabina elettorale. Il suo unico merito, dunque, sembra essere la semplificazione delle operazioni di scrutinio, mentre sono certe le polemiche sul controllo dei risultati che ne deriverebbero.

Già previsti e molto utilizzati ovunque a livello comunale i referendum consultivi, l’unica vera e interessante novità appare essere quella dei referendum propositivi. Qualche dubbio permane sull’abolizione del quorum: da un lato, infatti, sarebbe più utile conoscere i requisiti necessari per accedere alla possibilità di chiedere la consultazione (in altri termini, quanti cittadini dovrebbero farne richiesta); dall’altro, costringere le persone a votare su argomenti che non comprendono o non li interessano oppure, al contrario, lasciare la decisione in mano a una stretta minoranza sembra davvero un cattivo uso della democrazia.

L’ultima novità è il bilancio partecipativo, vale a dire una procedura di approvazione del bilancio che richiede la partecipazione più attiva dei cittadini. Una quota (da definire) del bilancio stesso dovrebbe essere assegnata in base alla decisione diretta dei cittadini. Anche in questo caso, mancano i dettagli: basterà una presentazione pubblica del bilancio? Come si sceglierà a quali progetti destinare la quota riservata? I cittadini potranno anche decidere di tagliare le tasse comunali?

Cosa dice la legge italiana

A supporto delle sue proposte, il Movimento cita alcuni esempi internazionali: il parlamento britannico per le petizioni popolari, il Comune di Parigi per il bilancio partecipato, nonché gli Stati Uniti per il voto elettronico (al seggio).

Nel primo caso, si tratta di un procedimento apparentemente molto semplice e che obbliga le istituzioni a rispondere al raggiungimento di 10mila sottoscrittori. L’esperienza di Parigi appare ormai consolidata: il procedimento dura diversi mesi, destina ingenti risorse (circa il 5 per cento del bilancio) e prevede il coinvolgimento popolare tanto nella fase delle proposte quanto in quella della loro selezione (anche attraverso il voto online); le proposte sono comunque vagliate da una apposita commissione prima del voto popolare. Per quanto riguarda il voto elettronico, negli Stati Uniti si ricorda soprattutto il grande caos in Florida per le elezioni presidenziali del Duemila. Vale poi la pena di ricordare che è un meccanismo di voto già stato sperimentato in Italia, anche per elezioni politiche, senza ottenere grandi consensi.

Tutte le proposte romane appaiano perfettamente compatibili con quanto già previsto dalla legge italiana (articolo 8 del Testo unico degli enti locali, legge 267/2000), che lascia agli enti locali ampia libertà di scelta in termini di referendum, petizioni e altre forme di partecipazione popolare.

In sostanza, non siamo certo di fronte a una rivoluzione, anche se è possibile parlare di novità, perlomeno a livello romano e sempre che le modifiche dello statuto e dei regolamenti attuativi vengano approvate. Del resto, si tratta di pratiche perlopiù già utilizzate da tempo anche in Italia. Resta comunque un’idea eccellente quella di sperimentare su base locale nuove politiche pubbliche, tra cui anche le forme di consultazione: è uno dei principali vantaggi del federalismo. Perché mai dovremmo essere contrari a priori o averne paura?