“Speed kills”: la velocità uccide. Non è lo slogan di una nuova campagna di educazione stradale, ma uno dei passaggi dell’intervento di Aron Pilhofer nel panel “Giornalismo e lettori: la fiducia è più importante della velocità”, tenuto l’8 aprile a Perugia in occasione del Festival internazionale del Giornalismo (Ijf). Pilhofer si riferiva alla velocità nel pubblicare una notizia, nel condividerla sui social, amplificarla on line. Velocità che sembra imposta dall’immediatezza delle nuove tecnologie ma che può rischiare di trasformarsi in approssimazione.

In un anno caratterizzato dall’imporsi dei discussi neologismi fake news e post-truth era, a permeare l’annuale appuntamento del festival di Perugia è stato, inevitabilmente, il dibattito sul ruolo del giornalismo e dei suoi professionisti nel flusso sempre più vorticoso della società digitale. Un contesto in cui l’amplificazione di una notizia non è più appannaggio delle redazioni tradizionali ma sempre più spesso corre su canali orizzontali, interattivi, aperti come i social media, chiamando i giornalisti al compito difficile di essere riconosciuti come le fonti più autorevoli e credibili.

“Finché una notizia non è verificata, ipotizzare di postarla sui social non è giornalismo”, ha spiegato Pilhofer, ex digital editor del The guardian e oggi docente di Innovazione giornalistica alla Temple university, che ha poi sottolineato quanto oggi sia più che mai necessario “rallentare” per chi fa informazione professionalmente.

Un nuovo approccio quindi, che richiederebbe nuovi strumenti. Quali? Ad esempio esiste una vera e propria “guida alla verifica dei contenuti digitali per coprire le emergenze”: è il Verification Handbook, curato da Craig Silverman, presente al festival di Perugia in tre incontri, e tradotto in italiano da Slow-news.

“Segnalare un’informazione soltanto una volta che essa è verificata ha un valore”, ha ricordato anche Barbara Sgarzi, giornalista e docente universitaria di Social media a Trieste. Velocità e accuratezza sono sempre state ugualmente rilevanti nella missione del giornalismo, ma nel panorama attuale dovrà essere sempre più la seconda ad acquisire centralità. Il fact checking diventa dunque la prima delle responsabilità deontologiche di un giornalista, incombenza resa peraltro ancor più complessa dalle possibilità di manipolazione dei contenuti offerte dalle tecnologie.

Il tema delle fake news ricorre in tanti dibattiti, con testimonianze e punti di vista diversi. Wilfried Runde, head innovation projects per l’emittente Deutsche welle, denuncia che “le fake news sono ormai per alcuni un vero e proprio business model” e che, tra l’altro, “la manipolazione di un video potrà essere, nei prossimi anni, sempre più semplice e frequente”.

Quali sono dunque gli antidoti? Cooperare e interagire con i lettori e gli utenti, costruire una nuova consapevolezza e infine, letteralmente, addestrare a reperire e analizzare correttamente le notizie on line. E sono già in campo alcune sperimentazioni del tutto nuove. Ad esempio, la piattaforma collaborativa Cross check che aiuterà i cittadini francesi a difendersi dalla disinformazione on line durante la prossima tornata elettorale.

Simile è anche Ferret fact service, network di fact-checkers, nato in Scozia con la mission di verificare la fondatezza di dichiarazioni di politici e figure pubbliche come anche di “meme virali“. Oppure ancora Full fact, altra esperienza indipendente di origine britannica che punta a controllare la veridicità di quanto affermato tanto dalla politica quanto dalla stessa stampa. Progetti che fanno tutti capo all’idea di coinvolgere attivamente gli utenti e creare luoghi digitali in cui condividere esclusivamente notizie verificate.

A confrontarsi con i pericoli della disinformazione sono, naturalmente, anche le aziende. “Esistono le fake news? Sicuramente esistono in rete processi che possono creare danni reali” ha detto Daniele Chieffi, responsabile dei Social media di Eni. “Narrazioni che nascono in rete – ha aggiunto – a volte in modo spontaneo ma altre volte in modo ‘spintaneo‘, per volere di qualcuno. Narrazioni che spesso fanno leva sulle paure delle persone e a cui le aziende devono rispondere, on line, con modalità efficaci ed efficienti”.

La disinformazione del resto è un fenomeno radicato, ben più antico di internet. “I social media amplificano il problema, ma il problema è del tutto umano” ha evidenziato Antonio Scala, ricercatore del Cnr, il quale ha rilevato che “sui social gli atteggiamenti dell’audience sono opposti e polarizzati, razionalisti da un lato e cospirazionisti dall’altro, col risultato che lo stesso debunking, ovvero lo svelamento di una notizia bufala, viene visto dai cospirazionisti come una conferma dell’esistenza di un complotto”.

Su quest’ultimo ruolo, quello del debunker, sempre più prezioso nell’era dell’informazione digitale, ha reso testimonianza David Puente, informatico e tra i primi firmatari dell’iniziativa Bastabufale.it: “Quando vengo consultato su un tema, consulto il maggior numero possibile di fonti attendibili, scientifiche. E pubblico solo quando mi sento documentato, altrimenti evito”.

Ancora una volta, dunque, la lentezza come nuova accezione di un atto di responsabilità: non solo del giornalista, ma del singolo utente.