di Cristiano Radaelli
President on the Board at Metlac S.p.A.

Troppo spesso si guarda ai cambiamenti che ci coinvolgono da punti di vista separati e limitati: industria 4.0, banda ultra larga, 5G, robotica, ecc. La rivoluzione che stiamo vivendo è molto più profonda, completa, a 360° e soprattutto sta avvenendo a una velocità enormemente superiore rispetto ai cambiamenti portati dal ‘600 in poi dalle rivoluzioni industriali che si sono succedute. Sta cambiando il modo di lavorare, di utilizzare servizi e prodotti, di rapportarsi tra le persone e in generale di vivere.

Si dibatte spesso, ad esempio, dell’impatto sull’occupazione dato dall’introduzione dei processi digitali nelle attività produttive, ma in realtà questi nuovi processi, congiuntamente all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, avranno effetti molto più vasti in campi diversi da quello manifatturiero, quali attività impiegatizie e dei servizi (pensiamo ad esempio all’effetto degli automezzi a guida automatica sul numero dei posti di lavoro oggi presenti per attività di guida di camion e taxi). Ma non vi è un modo solo né sicuro per guardare al cambiamento in corso: la manifattura additiva (spesso chiamata 3D) porterà in molti casi alla scomparsa delle fabbriche come noi le conosciamo, verso una società dove le attività produttive potranno in moltissimi casi essere completamente decentralizzate e portate vicino al cliente finale, fornendo così prodotti in modo veloce e completamente customizzato, pur con la qualità dei processi industriali. Per alcuni prodotti si inizia già a ipotizzare la produzione direttamente nei negozi.

Questo cambiamento comporta ruoli, attività lavorative e regole completamente diverse da oggi. Pensiamo ad esempio alla proprietà intellettuale per un nuovo prodotto: niente più la distinguerà dai copyright di un compositore musicale o di uno scrittore. Infatti la base per produrre in modo decentrato è la disponibilità di un file che descrive il prodotto da costruire nella stampante 3D, in modo non dissimile da quello di un file di un brano musicale che deve essere riprodotto da un amplificatore wi-fi o un telefonino. E se parliamo di big data, dobbiamo considerare che una grande sorgente di questi dati sono le persone, con i loro movimenti e i loro comportamenti.

In questo profondo cambiamento tutti noi siamo quindi coinvolti come cittadini, come fruitori ma anche creatori dei servizi e dei prodotti e come quindi potenziali generatori di nuovi business. Le nuove competenze sono e saranno sempre più richieste, prima ancora che dalle nuove tecnologie e dai nuovi processi produttivi (industria 4.0), dalla necessità di dominare o almeno utilizzare le nuove tecnologie nella normale vita quotidiana. Tutto sta cambiando velocemente e in pochi anni il modo di vivere sarà profondamente diverso da oggi: un po’ come quando 20 anni fa non pensavamo nemmeno lontanamente al fatto che lo smartphone sarebbe diventato compagno ineluttabile delle nostre vite.

Questo cambiamento deve essere gestito, per il grande impatto sociale e la completa ridefinizione della catena lavorativa e delle competenze necessarie per poterne fare parte. Nello stesso tempo cambierà la struttura delle comunità e delle città. I luoghi e le città che iniziano ad affrontare il tema del cambiamento avranno un vantaggio enorme, perché potranno diventare polo di attrazione e sviluppo per le nuove competenze e perché potranno sviluppare una qualità della vita migliore.

Ecco, di fronte a questi cambiamenti che stanno ancora una volta per rivoluzionare la nostra economia e i nostri modelli di vita, non si può che guardare con estrema preoccupazione il fatto che la politica non sembra affrontare questi temi, in un dibattito che sembra realizzarsi in un mondo immutevole, dove non si sviluppa la vera capacità politica che è quella non solo di governare l’oggi, ma anche di disegnare il modello futuro a cui tendere. Solo alcune realtà locali si differenziano positivamente. Lo stesso reddito di cittadinanza, che studiosi affermati stanno approfondendo come possibile risposta alle conseguenze sociali e al cambiamento dello stile di vita che potrà essere generato dall’introduzione nei prossimi anni, nel mondo produttivo e dei servizi, di robotica, intelligenza artificiale e nuovi processi e che alcuni stati esteri stanno iniziando a sperimentare per valutarne le modalità e le conseguenze, viene spesso rappresentata dalla politica italiana come una specie di mancia ai cittadini per acquisire consenso e voti. Diventando così non una soluzione ai cambiamenti della società, ma un’ulteriore fonte di problemi.

Per affrontare questi enormi cambiamenti di fronte a noi, è necessario con umiltà e apertura mentale scevra da facili soluzioni, iniziare a progettare il ruolo futuro del nostro Paese e delle nostre località partendo dai nostri punti di forza. E perché il futuro possa concretizzarsi, domandarsi quale sia il livello minimo di conoscenza per essere un cittadino nel nuovo mondo e quale possa essere il ruolo del governo nel procurare l’accesso all’educazione necessaria. Anche prescindendo dalle dibattute classifiche europee che pongono il nostro Paese nelle ultime posizioni per analfabetismo funzionale (gli analfabeti funzionali sono capaci di leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere testi semplici e sono privi di molte competenze utili nella vita quotidiana), la progettazione del futuro e il fatto che i cittadini abbiano le conoscenze necessarie per operare con le nuove tecnologie e processi, non possono non essere tra le priorità di un programma politico serio.