Chi era Julio Garcia Lafuente autore di un’opera straordinaria e bistrattata come l’ippodromo di Tor di Valle che si vuole demolire per far posto allo stadio della Roma, oggi colpevolmente dimenticato?

Nasce a Madrid nel 1921, figlio di un falegname emigrato con la famiglia in Francia; studia Architettura a Parigi; arriva a Roma negli anni della Dolce Vita e della intensa attività costruttiva edilizia. Conosce i protagonisti dell’architettura romana di quegli anni: Luigi Moretti, Ludovico Quaroni, Mario Ridolfi; nel ’53 inizierà una lunga e intensa collaborazione con lo studio Monaco Luccichenti, presso il quale entrerà in contatto con artisti come Severini, Capogrossi, Turcato, Corpora, Consagra, Cascella; con quest’ultimo, vince il primo premio del Concorso internazionale per il monumento commemorativo delle vittime di Auschwitz .

Con l’ingegner Gaetano Rebecchini, con il quale, agli inizi degli anni Sessanta avvia una lunga collaborazione, firmerà progetti significativi come l’ippodromo di Tor di Valle (1959, con A.Birago e C.Benedetti); il Pio Latino Americano (1965, con lo Studio Passarelli); il complesso del Santuario di Collevalenza a Todi (1968 con C.Benedetti); la Clinica Pio XI sull’Aurelia (1970); gli intensivi a Ostiense (1969) e a Trastevere (1970) a Roma. Opere di cui si può apprezzare la condizione volumetrica e plastica che connotano l’architettura di Lafuente, così come è ricorrente lo schema planimetrico relativamente semplice che acquisisce complessità e interesse spaziale grazie al talento dell’architetto, che è un maestro nell’impiego del serramento come valore plastico; del disegno delle pieghe della muratura per alleggerire la massa del corpo di fabbrica; del controllo calibrato dei materiali, ai quali attribuisce un ruolo espressivo di primo piano; dell’invenzione strutturale e della precisione del disegno e del dettaglio.

Di Lafuente si sono interessati e hanno scritto architetti e critici attenti, che hanno segnato la cultura architettonica del ‘900 e del secolo in corso: Rafael Moneo sottolinea come l’opera di Lafuente “è un continuo sforzo per arrivare a stabilire una teoria dell’architettura”. Helio Piňon che, insieme a Ludovico Quaroni, ha dedicato al suo lavoro una monografia, individua nelle “relazioni tra la competenza disciplinare e l’invenzione figurativa, i poli tra i quali si situa la sua pratica del progetto “. Per Quaroni “le qualità innate per lo studio attento dei rapporti tra le forme costruite e quelle naturali, il rispetto dell’organismo funzionale” rappresentano la sintesi del valore di un architetto raffinato e sensibile. Nel 2003, l’archivio dell’architetto Julio Lafuente (che conserva oltre 400 progetti) è stato dichiarato di notevole interesse storico dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e del Turismo (Mibact).

Lafuente è l’autore dell’ippodromo di Tor di Valle, opera in cui egli dimostra di “conoscere il valore che ha l’aggetto della copertura e la rottura di una simmetria”. Un progetto che faceva parte di quelle strutture sportive realizzate tra il 1957 e il 1959 per le Olimpiadi di Roma del 1960, assieme al palazzo e il palazzetto dello Sport di Nervi e Vitellozzi; il velodromo di Ligini; lo stadio del nuoto di Vitellozzi e Del Debbio, Musmeci e Morandi; lo stadio Flaminio di Nervi; opere che avrebbero rappresentato la modernità di Roma e dell’Italia nel mondo.

Il complesso, caratterizzato dall’invenzione strutturale del paraboloide iperbolico delle tribune, che definisce l’architettura dell’edificio, con lo spettacolare aggetto di 20 metri e una superficie coperta di oltre 800mq, sostenuta da un unico pilastro centrale, è un capolavoro di architettura e ingegneria, le cui qualità spaziali e architettoniche, documentate dalle foto d’epoca di Savio, possono sfuggire solo agli sprovveduti. Eppure, quotidiani e televisioni della cronaca recente presentano e rappresentano quest’opera unicamente tra il degrado e i rifiuti, quasi a voler avallare la necessità e l’urgenza di doverla abbattere per far posto all’anonimo e volgare stadio voluto dal dirigente sportivo James Pallotta. Il profluvio, in un clima surreale, di imbarazzanti e incauti commenti da parte di figure istituzionali che propongono di “spostare le tribune più in là” (sic!); il vincolo tardivo della Soprintendenza alle Belle Arti; il silenzio colpevole delle istituzioni territoriali preposte alla tutela del patrimonio architettonico e di un’accademia sempre più agnostica. Il mondo dell’architettura ha avuto un atteggiamento incomprensibilmente defilato, non partecipando al dibattito mediatico in corso, fatta eccezione per Giorgio Muratore, recentemente scomparso, docente di Storia dell’Architettura all’Università La Sapienza di Roma, che del salvataggio delle tribune a Tor di Valle ha fatto la sua ultima battaglia.

L’insegnamento dell’architettura degli ultimi decenni sembra caratterizzato dalla mancanza di senso critico che si palesa nell’adozione di mode evanescenti: in questo scenario l’associazione Embrice2030, con una iniziativa su Julio Lafuente, ritiene che possa essere di interesse generale conoscere meglio l’edificio di Tor di Valle, così come sarebbe utile conoscere la biografia di un grande architetto, la cui personalità e il cui itinerario professionale sono un esempio di talento, determinazione e sensibilità che dovrebbero impegnare le istituzioni che gli tributano questo riconoscimento a fare propri e a condividere i valori di questo genere di architettura.

Quaroni L., Piňon H., “Architetture di Julio Lafuente”, Officina, Roma 1982;

Muratore G., Tosi Pamphili C. (a cura),

“Julio Lafuente”. Opere 1952-1992, Officina, Roma 1992.

“Julio Lafuente” Nueva Forma, n.88, Mayo 1973