Dall’asilo nido all’università, chi ha utilizzato il premio di produttività convertendolo in servizi di welfare nelle prossime settimane dovrà fare i conti con un’amara sorpresa andando a compilare la dichiarazione dei redditi: se in questo modo non ha pagato neppure l’aliquota sostitutiva del 10%, è anche vero che ora dovrà rinunciare alle detrazioni fiscali del 19%. Questo il paradosso che verrà fuori in sede di dichiarazione dei redditi secondo Antonio Manzoni, co-fondatore di ValoreWelfare, advisor specializzato nella consulenza direzionale per i piani di welfare aziendale e flexible benefit. “È quanto si riporta nero su bianco – spiega a ilfattoquotidiano.it Manzoni – nel modello di 730 redatto dall’Agenzia delle Entrate che esclude dalla detrazione le spese sostenute nel 2016 e rimborsate dal datore di lavoro in sostituzione delle retribuzioni premiali. Quindi dei premi di risultato”.

I PREMI DI RISULTATO E LE NOVITÀ DELLA LEGGE DI BILANCIO – Per il 2017 le regole sulla detassazione del premio di produttività sono cambiate con l’aumento del tetto del premio e di quello per il reddito da lavoro dipendente per avere diritto all’incentivo. Il bonus aziendale legato alla produttività ha un’imposta sostitutiva al 10% fino a un massimo di 4mila euro all’anno. Potrà avere l’incentivo il lavoratore che ha un reddito annuo lordo da lavoro dipendente fino a 80mila euro. Prima del 2017 era 50mila. L’ultima legge di Bilancio ha previsto l’estensione del campo di applicazione delle agevolazioni e confermato la possibilità per i dipendenti di scegliere se ricevere il premio di risultato in denaro godendo dell’aliquota forfettaria del 10% oppure di convertirlo (totalmente o in parte) in beni e servizi di welfare. In quest’ultimo caso, non sarà pagata alcuna imposta, neppure quella sostitutiva.

Gli ultimi dati del ministero del Lavoro aggiornati al 14 febbraio fanno riferimento a 19.457 contratti aziendali e territoriali depositati per usufruire della detassazione dei premi di produttività con un’imposta al 10%. Per quanto riguarda le misure previste dagli accordi depositati, 2.040 prevedono un piano di partecipazione e 4.099 misure di welfare aziendale.

LE SCELTE DEI LAVORATORI – ValoreWelfare ha realizzato un’indagine, coinvolgendo 80 società e 20mila dipendenti, pubblicata sul sito del laboratorio di ricerca Percorsi di secondo welfare, nato su iniziativa del Centro di Ricerca Luigi Einaudi di Torino in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. Il risultato? Che il 36% per cento dei lavoratori ha chiesto il rimborso spese per i servizi scolastici. Il 13% per attività ricreative, sportive e viaggi, l’11% per buoni acquisto. E ancora: l’8% per la previdenza complementare, il 4% per l’assistenza sanitaria e il 3% per trasporti e mobilità. L’indagine ha anche evidenziato come, in base all’età, le scelte cambino: i cinquantenni preferiscono il rimborso delle spese per l’istruzione dei figli, i più giovani i buoni acquisto. “Questo risultato – spiega Antonio Manzoni – ci fa capire la tendenza dei lavoratori a scegliere l’opzione di convertire il premio in servizi di welfare, pensando soprattutto a quelli immediatamente fruibili e più vicini a misure di sostegno al reddito”.

L’INGHIPPO NELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI – Scegliendo il rimborso spese per l’istruzione dei figli, così, i lavoratori si sono garantiti il risparmio dell’imposta sostitutiva del 10%. Peccato che ciò che si risparmia da un lato, si spenderà dall’altro. “Chi ha chiesto all’azienda questo tipo di rimborso – aggiunge Manzoni – nella dichiarazione dei redditi, stando alle istruzione per la compilazione del modello 730 redatte dall’Agenzia delle Entrate, non potrà portare in detrazione le spese scolastiche. E parliamo di una detrazione del 19%”. In pratica, meglio avrebbero fatto quei lavoratori a pagare le spese per conto proprio (senza alcun rimborso) per poi portarle in detrazione o a preferire beni come i buoni benzina, che poco hanno a che vedere con il welfare”. Ma che, in questo caso, sono convenienti. Insomma, un vero paradosso che rischia ora di annullare il beneficio che dipendenti e aziende stesse avrebbero potuto trarre dalla detassazione del premio di produttività. “Difficile che qualcosa cambi per l’anno 2016 – conclude Manzoni – ma forse per l’anno in corso si dovrebbe pensare ad aggiustare il tiro. A perderci sono anche le aziende, che hanno comunicato e incentivato una conversione che ora rischia di ritornare indietro come un boomerang”.