Periodicamente si affronta il tema della riforma della scuola e spesso si tocca il tema degli alunni con disabilità. Innanzitutto occorrerebbe partire da una premessa che a mio avviso si tralascia completamente: la disabilità può comprendere davvero tutte le patologie? Altro quesito: chi interpreta l’espressa volontà dell’alunno con disabilità grave? E ancora: il traguardo del diploma in casi di grave disabilità concorre ad includere o a discriminare? E da ultimo: il diploma per tutti arricchisce o impoverisce la cultura italiana? Non intendo parlare per altri genitori. Ci tengo però ad esprimere un mio personale parere.

Gli alunni con disabilità gravissima hanno diritto pieno e naturale ad essere istruiti potenziando e stimolando le loro capacità. E questo deve valere per tutti. Nella realtà capita che non sia così e non solo per gli alunni con disabilità. Il percorso è lungo e complesso, la scuola dell’infanzia riveste un ruolo che è più adatto a formare la socializzazione, l’inclusione, le competenze valutate in funzione dell’età e delle necessità. La scuola primaria rappresenta un primo passo di scolarizzazione e alfabetizzazione. Ritengo imprescindibile uno sforzo comune di miglioramento al fine di poter disporre sempre più spesso di strumenti e ausili didattici che favoriscano i cosiddetti Bes (Bisogni educativi speciali). La scuola secondaria di primo grado da un lato porta avanti il percorso di crescita della scuola elementare e dall’altro prepara al secondo grado. Ed è a questo punto che la questione si complica.

Il discorso è ampio e gli aspetti sono infiniti. Il primo step che i genitori devono affrontare è quello di scegliere il percorso da seguire tra programmazione per obiettivi minimi o programma differenziato; non è cosa da poco. Nel primo caso si giungerà all’esame di Stato con conseguente accesso a studi universitari. Nel secondo si acquisirà un semplice attestato di frequenza senza il necessario valore per gradi di istruzione successiva. Negli ultimi anni si è creata una quasi prassi al ricorso al Tribunale affinché tutti gli alunni con disabilità anche gravissima e plurima possano affrontare e superare l’esame di Stato. Ultimamente alcune sentenze riconoscono il diritto al titolo, basandosi sul semplice fatto che se non si può dimostrare l’incapacità di superare il traguardo, deve essere dato per superato.

Personalmente sono contraria al rilascio del diploma in casi dove non ci siano le condizioni per seguire un regolare e concreto percorso di studi. Mia figlia Diletta frequenta il terzo anno di liceo artistico e, se da un lato ritengo essenziale che quanto scritto nel suo programma differenziato sia messo in atto in ogni parte, dall’altro non condivido la scelta di sottoporla ad un esame di Stato al di sopra delle sue competenze e capacità. Non intuisco neanche la volontà di continuare gli studi.

Eppure sono preoccupata per il futuro di mia figlia che dopo tanto impegno educativo e relazionale dovrà, se non dovessi riuscire ad inventare soluzioni migliori, capitolare in uno dei tanti centri diurni che per solo fatto di essere destinati solo a persone con disabilità, non incontrano il mio favore. Esiste un però. Il diploma a tutti i costi basato su cavilli e ricorsi per accedere all’università non è e non deve essere la soluzione. Il motivo per cui molte famiglie scelgono questa strada è per garantire ai propri figli l’inclusione sociale. Al di là del principio che non condivido, mi chiedo a quale prezzo alcuni di questi giovani pagheranno una pseudo-inclusione in un ambiente che è finalizzato ad un livello di formazione universitaria. Preciso che sto parlando di pluridisabilità molto gravi con compromissioni cognitive e psichiche. Davvero si crede che il diploma per tutti e l’università per tutti garantisca pari diritti e inclusione? Io trovo che sia esattamente il contrario: la persona merita rispetto sociale in quanto tale e non in base alle sentenze che assegnano ruoli.

L’Italia è cresciuta attraverso un mondo contadino laborioso, ha offerto diritti ai lavoratori e agli studenti ma ha sempre preservato il valore della persona. Da qualunque angolazione io osservi queste forzature, trovo che tutti questi farraginosi meccanismi siano una farsa legalizzata e una banale pezza al dopo superiori. Ben più complesso fornire ai giovani opportunità selezionate sulle reale competenze, giovani con pluridisabilità che nessuno ha interpellato davvero. Risorse enormi che rimarranno brutalmente improduttive nei casi limite. Cosa ne pensano gli studenti con disabilità anche gravi ma con autonoma capacità di discernimento? Perché non abbiamo il coraggio di affrontare la realtà per quella che è? Il riconoscimento dell’invalidità civile produce a volte un’inabilità al lavoro. Dove si trova una equipe specializzata che al quinto anno di superiori sia in grado di valutare competenze, ambizioni e sogni di un giovane con grave disabilità al fine di sostenerlo in un percorso condiviso che lo aiuti a realizzarsi come persona, intervenendo in suo aiuto anche guardando un po’ più in là del naso? Non esiste.

Noi genitori che per anni rincorriamo l’autonomia e l’indipendenza dei nostri figli, decidiamo per loro anche oltre. Perdonatemi, io lo trovo un controsenso. Non voglio aggredire o applaudire questa o quella riforma. La mia vuole essere solo una testimonianza, certamente non statistica perché so di rappresentare una minoranza residuale. Amo mia figlia come qualsiasi genitore e forse è conoscendo lei e le sue ambizioni che ho formato negli anni questa idea. Il tutto ebbe inizio quando contro il dettato della legge, io chiesi di portare fuori dalla classe Diletta ove lei lo avesse richiesto. Forse perché preso atto che non esiste cura per guarirla, preso atto che i suoi tempi meritano rispetto, preso atto che l’istruzione passa dalla motivazione, scelsi in quel momento di rispettare il suo essere esattamente così come è. Rientra invece nel mio dovere di genitore muovermi nella direzione a lei più consona, direzione per me difficilissima, ma quale genitore non si trova dinanzi a compiti difficilissimi pur di aiutare il proprio figlio? Tutto questo per me è inclusione. Il resto mi lascia quantomeno dubbiosa.