La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha scritto una lettera pubblica al Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, perché preoccupata del “dilagare dell’odio nel percorso pubblico”. “Fenomeno non generato certo dai social network”, riconosce “ma che in essi ha un veicolo di diffusione potenzialmente universale”.

Nel suo intervento, l’onorevole Boldrini pone in rilievo le storture della piattaforma e le contraddizioni tra quanto il suo fondatore dichiara di voler fare e quanto poi effettivamente fa. Menziona dunque una serie di esempi di gruppi Facebook che inneggiano al sessismo, alla violenza, all’apologia di fascismo, chiedendosi se la scarsa reattività dei gestori della piattaforma nel bloccarli non sia dovuta all’assenza di un ufficio operativo nel nostro Paese. La presidente della Camera accusa poi Facebook di scarsa collaborazione anche nell’arginare le fake news, spesso “anticamera dell’odio”.

La potenza della Rete e dei social media è innegabile. Il web ha completamente riformulato, su scala globale, la circolarità delle informazioni. Come tutti i media digitali, anche i social, forse soprattutto loro, possono essere un veicolo straordinariamente potente: tanto per sensibilizzare su temi di pubblico interesse quanto per amplificare contenuti dannosi o pericolosi. Una cosa però è certa: al cuore del loro utilizzo e di tutta la responsabilità che ne consegue, i social media pongono sempre, prepotentemente, l’individuo. E l’impressione è allora che il presidente della Camera stia concentrando preoccupazioni pur legittime sull’obiettivo sbagliato: la piattaforma, al posto della persona. E ciò che appare è che, ancora una volta, la politica stia abdicando alle proprie responsabilità, chiedendo ad altri di fare il suo mestiere.

Contro il dilagare dell’odio e della disinformazione su Facebook non servono in prima battuta azioni sollecite da parte dei gestori, per lo meno non soltanto quelle (e di che natura, poi? Censure?). Quello di cui si sente fortemente il bisogno (e ad ora  evidentemente non c’è) è, invece, cultura digitale ed educazione alle relazioni in rete: temi che dovrebbero essere materia di studio e approfondimento nei programmi delle scuole di tutto il Paese, con risorse apposite. Il cyberbullismo, come sappiamo, non è altro che l’estensione digitale, molto pericolosa, di un fenomeno di dimensioni anche più vaste, e che nasce sempre comunque nel mondo reale, non in Rete. Solo una strategia educativa credibile e puntuale può rendere le persone, gli adolescenti di oggi e i cittadini di domani, realmente in grado di difendersi dall’odio e dalla disinformazione in Rete. Partendo anche, ad esempio, dall’insegnamento della “grammatica” della relazione social.

Ad occuparsi di tutto questo dovrebbe essere in ogni caso il governo, la politica. Non le multinazionali, non Mark Zuckerberg.

Secondo lo studio internazionale Tomorrow Jobs, il 65% degli studenti di oggi farà un mestiere che ancora non esiste. E’ l’onda lunga della rivoluzione digitale, e non è con la diffidenza e la conflittualità verso le piattaforme social che possiamo formare cittadini e lavoratori digitali consapevoli, capaci e responsabili. E peraltro, come ogni piattaforma Facebook può passare, eclissarsi, essere surclassata da nuove reti. E’ già successo a Myspace o a piattaforme di blogging di prima generazione come Splinder.

E’ dalla cultura digitale che occorre partire. E va fatto dalla scuola, e va fatto in fretta.