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Potrebbero sembrare hastag strampalati, invece trovo che siano le parole chiave migliori per iniziare a parlare di Smetto quando voglio. Proprio perché questo può essere considerato a tutti gli effetti il film 2.0 del nostro cinema e quello che incarna alla perfezione tutte le caratteristiche di questa generazione. Ma proviamo ad andare con ordine.

Tre anni fa irrompeva sulla scena cinematografica italiana Sidney Sibilia, un giovane salernitano, che col suo film d’esordio, riusciva a raccontare la realtà del precariato declinandola in una chiave comica estremamente pop, trovando un equilibrio, quasi sconosciuto allora, tra la tradizione della commedia all’italiana e la modernità di una certa estetica statunitense. Critica e pubblico si unirono in un consenso unanime che portò il film ad un successo sorprendente.

La voglia di stravolgere le regole e il tradizionale modus operandi del cinema italiano è stata chiara pochissimo tempo dopo, quando il regista, ha condiviso l’ambiziosa idea di voler scrivere e girare contemporaneamente i due sequel di Smetto quando voglio: Masterclass e Ad Honorem. Oggi, anche grazie alll’intraprendenza e la lungimiranza dei due produttori, Matteo Rovere e Domenico Procacci, questa inedita formula ha trovato il suo compimento ed oggi uscirà nelle sale il secondo capitolo della trilogia.smett04

In questa occasione ritroviamo ancora una volta la solita banda di ricercatori, vista però da angolazioni differenti rispetto al passato e rinforzata da alcuni nuovi elementi che andranno a comporre un mosaico articolato di personalità e situazioni. Forse dopo la caduta, ci sarà spazio per il riscatto, anche se la colonna portante del film rimane l’inadeguatezza alla vita da parte di una generazione che avrebbe la preparazione e l’intelligenza per eccellere, ma che all’atto pratico si scontra con delle possibilità e una visione del mondo troppo distanti dalla teoria. Al di là dell’aspetto puramente narrativo, che si incastra comunque con il capitolo precedente, creando ganci anche per quello futuro, a colpire è ancora una volta la voglia di divertire del film e il modo in cui riesce a farlo.

Siamo lontani dalle commedie finte intellettuali fuori dai tempi o dalle risate sguaiate degli sketch, quello che Sidney Sibilia mette in scena è un cinema che ama profondamente il cinema. E allora è impossibile non notare i riferimenti e i rimandi a quelli che sono i capisaldi della nostra commedia all’italiana, da I Soliti Ignoti passando per Amici Miei, fino ad arrivare a Finché c’è guerra c’è speranza, che non rimangono però semplici omaggi fine a se stessi, ma diventano il modo più diretto per fotografare la nostra realtà e proiettarsi verso il futuro. Smetto quando voglio – Masterclass sembra elaborare le lezioni dei grandi maestri del passato per costruirci qualcosa di moderno. Ecco infatti che il film si contamina di generi e culture differenti, dal poliziottesco italiano anni 70, all’avventura in stile Indiana Jones e Ritorno Al Futuro, passa dagli action movie americani come 007 e la saga degli Ocean’s a serie di successo planetario come Breaking Bad riuscendo a ritagliarsi uno spazio persino per un momento “fumettoso” alla Kill Bill. Tutto questo grande armamentario viene filtrato da una cifra stilistica precisa e riconoscibile, e da una mano registica in grado di alternare le situazioni comiche più intime a mirabolanti inseguimenti all’interno di fantasiose scene d’azione. Smetto quando voglio si è costruito un vero e proprio universo animato da un impianto cinematografico molto pop, fatto di colori saturi e tonalità cromatiche acide che vanno dal giallo al verde, contraddistinto da un’illuminazione sempre leggermente sovraesposta e da movimenti di camera studiati nel dettaglio e mai lasciati al caso. Tutti piccoli accorgimenti che testimoniano una cura e un attenzione che spesso le commedie italiane dimostrano di non avere.

smett11Impossibile inoltre non sottolineare anche l’ottimo lavoro di squadra da parte di tutto il cast, numerosissimo ma molto ben amalgamato, da cui traspare una grande intesa oltre che un entusiasmo contagioso per un lavoro di questo tipo. Certamente ci sono ancora margini di miglioramento, soprattutto a livello di ritmo e di gestione di alcuni tempi cinematografici, ma considerata la difficoltà realizzativa del film, la complessità nella messa in scena di alcune sequenze e la forza comica genuina che porta sullo schermo, Smetto quando voglio – Masterclass si lascia perdonare anche qualche piccola incertezza. Altro aspetto degno di nota che ho trovato molto interessante per un prodotto italiano è la capacità di amalgamare due differenti linguaggi audiovisivi, quello seriale e quello cinematografico appunto. Infatti il film, nonostante acquisti il suo pieno valore se inserito all’interno della trilogia, ha il grande merito di non risultare la semplice puntata di una serie, ma di trovare comunque una propria dimensione autonoma ben precisa.

Il desiderio di conoscere le sorti della banda a questo punto è molto forte e c’è grande curiosità di capire come si muoveranno tutte le pedine poste sulla scacchiera. Non rimane altro da fare che aspettare l’ultimo capitolo e sperare che la commedia italiana possa seguire questa scia, perché in fondo Smetto quando voglio – Masterclass è la dimostrazione che si può mantenere un’anima, divertendosi e divertendo, anche quando aumentano le possibilità, le responsabilità e le ambizioni.