Aggressivo, esplosivo, spesso incurante delle conseguenze. Così è apparso Donald Trump in molte delle sue prime decisioni. Su immigrazione, ambiente, aborto, commercio, Trump non ha avuto paura di tracciare una croce netta sul passato e imporre politiche che hanno sollevato opposizione, proteste, spesso indignazione (come nel caso degli ordini esecutivi che hanno portato all’arresto dei rifugiati arrivati legalmente negli Stati Uniti).

La politica estera però è diversa. Soprattutto, è diverso il tema dei rapporti con la Russia. Nella sua prima telefonata da presidente con Vladimir Putin, durata circa un’ora e tenuta nello Studio Ovale alla presenza dei suoi più stretti consiglieri, Trump ha inaugurato una politica di entente cordiale, di amichevole intesa con la Russia, senza però arrivare per il momento a qualche risultato tangibile.

Il comunicato della Casa Bianca, a fine telefonata, è piuttosto generico. Si parla di una chiacchierata “positiva”, che può portare a un miglioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti “che hanno bisogno di essere riparate”; si aggiunge che nel futuro sarà necessario muoversi “velocemente per affrontare il terrorismo e altre importanti questioni di reciproco interesse”.

Ben più dettagliato e caloroso è invece il comunicato del Cremlino, che dice che Putin e Trump hanno discusso di Ucraina e Siria e che si sono detti d’accordo sul costruire più forti legami economici, “che potrebbero stimolare uno sviluppo stabile e avanzato delle relazioni bilaterali”. Il Cremlino aggiunge anche che i due presidenti hanno parlato di guerre in Medio Oriente, conflitto israelo-palestinese, programma nucleare iraniano, Corea del Nord. Il comunicato usa anche un linguaggio insolitamente affettuoso per una nota diplomatica. “Donald Trump ha chiesto di far arrivare i suoi auguri di felicità e prosperità al popolo russo”.

Da parte russa, si capisce bene la ragione di tanto entusiasmo. Mosca spera che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca possa portare a una decisa inversione di rotta rispetto alla presidenza di Barack Obama; soprattutto all’ultima fase della presidenza, quando 35 diplomatici russi sono stati espulsi dagli Stati Uniti per ritorsione contro il presunto hackeraggio russo delle elezioni presidenziali. Da parte di Mosca si spera però soprattutto una cosa: che Trump elimini le sanzioni economiche imposte dopo l’intervento militare in Ucraina, che hanno danneggiata l’economia russa e fatto esplodere una grave crisi finanziaria.

C’è però un dettaglio interessante. In entrambi i comunicati, quello del Cremlino e quello della Casa Bianca, non esiste alcun esplicito riferimento alla questione delle sanzioni. Del resto venerdì sera proprio Trump ha detto che il tema delle sanzioni non è all’ordine del giorno e che “è prematuro parlarne”. Una posizione che spiega il tono cordiale ma comunque compassato con cui la Casa Bianca ha raccontato la telefonata tra Trump e Putin.

Il fatto è che Trump sicuramente mira a migliori relazioni con la Russia. Su questo non esistono dubbi. Lo ha detto molte volte in campagna elettorale. Lo ha ripetuto nel corso della sua prima conferenza stampa dopo la vittoria alle elezioni: “Il sostegno di Putin è un vantaggio, non un ostacolo”. Lo ha ribadito anche in occasione del suo incontro con la premier britannica Theresa May. “Vogliamo avere buone relazioni con tutti i Paesi. Sono a favore di buone relazioni con Russia e Cina”, ha spiegato Trump. Non sembra nemmeno in questione il fatto che Trump, prima o poi, cancellerà quelle sanzioni. La cosa è apparsa evidente proprio in occasione della conferenza stampa con Theresa May. Di fronte alla May che ha riaffermato con forza il concetto – “Crediamo che le sanzioni debbano restare in vigore sino a che l’accordo di Minsk venga completamente implementato”. Trump ha divagato e ha insistito sempre sullo stesso concetto: “Vogliamo essere positivi, non negativi”.

Se dunque potesse, Trump darebbe un’accelerata alle relazioni con Mosca. Il problema è che, al momento, non può. E non può perché, sulla questione dei rapporti con la Russia, sa di essere un sorvegliato speciale. Anzitutto da parte degli alleati europei, sospettosi dei giri di valzer del presidente americano sulla Nato (prima “un’alleanza obsoleta”; oggi un’intesa cui lui aderisce al “100 per cento”) e timorosi per l’espansionismo militare russo a ovest. Ma sulla Russia, Trump sa di essere un sorvegliato speciale anche da parte dei repubblicani, che non vedono di buon occhio un improvviso cambiamento di rotta della politica americana su Ucraina e Siria. Lo ha detto molto chiaramente John McCain, che ha parlato della “morte, distruzione e promesse spezzate” che il presidente Putin si è lasciato dietro negli ultimi tre anni, “insieme ai 10 mila soldati e civili uccisi per la guerra russa in Ucraina”. McCain ha anche lanciato un avvertimento a Trump: se dovesse decidere di cancellare le sanzioni, porterà la questione in Senato, per far diventare le sanzioni “legge permanente”.

Trump sa però di essere un sorvegliato speciale sulla Russia soprattutto per questioni personali. Durante tutta la campagna elettorale si è parlato dei suoi legami finanziari con oligarchi vicini al Cremlino (sarebbe una delle ragioni per cui non rende pubbliche le dichiarazioni dei redditi). Per mesi si è parlato dei legami del suo consigliere prediletto, Steve Bannon, con i gruppi nazionalisti russi; si è parlato dei soldi che il suo consigliere alla sicurezza nazionale, Mike Flynn, ha preso dalla Tv di Putin, Russia Today. Si è parlato ancora della “Russian connection” che altri ex consiglieri di Trump, Paul Manafort e Carter Page, hanno avuto nel passato. E che dire delle transazioni d’affari con Mosca di Rex Tillerson, attuale segretario di stato ed ex CEO di Exxon Mobil? E quelle di Wilbur Ross, finanziere e miliardario che ha avuto come partner d’affari l’oligarca Viktor Vekselberg?

Che non si tratti di paranoia o fantapolitica lo dimostra anche il fatto che CIA e FBI hanno cominciato a indagare sui rapporti del team di Trump con la Russia ben prima che saltasse fuori il presunto documento con cui il governo di Mosca ricatterebbe Trump (questa sì, probabilmente, fantapolitica). Nelle ultime ore è emerso un altro dettaglio interessante. Il giornale israeliano Yedioth Ahronoth, con un articolo di un suo giornalista, Ronen Bergman, ha rivelato che di recente i servizi di intelligence americani hanno consigliato alla loro controparte israeliana di non passare “informazioni sensibili” alla Casa Bianca o al security council (governato da uomini di Trump). E’ stato detto, agli israeliani, che esiste il pericolo che “la gente di Trump” passi quelle informazioni ai russi e che da questi finiscano poi all’Iran.

Come si vede, sulla questione dei rapporti di Trump con la Russia si intrecciano molte cose: voci, sospetti, geopolitica e spionaggio, questioni di politica interna americana e legami tradizionali degli Stati Uniti con i loro alleati. Tutto questo fa scegliere la strada della prudenza a Donald Trump. Il tono verso Mosca è cambiato; il riavvicinamento ci sarà. Le sanzioni verranno con ogni probabilità eliminate (e gli europei resteranno spiazzati). Per il momento, però, è meglio limitarsi al comunicato un po’ generico che racconta di una chiacchierata “positiva”.