Nei lontani anni ’50, studiavo al Politecnico di Milano Ingegneria meccanica: dovetti affrontare alcuni esami di analisi matematica, geometria proiettiva e fisica nei quali ebbi modo di imparare che tutte (nessuna esclusa) le leggi di queste materie – leggi dalla logica perfetta, sublime – avevano valore soltanto all’interno di un “intorno” ben definito. Come esci da quell’intorno, sgarrano.

Perfino in fisica-ottica una legge perfetta come quella di Huygens, sulla diffrazione del raggio luminoso nel passaggio attraverso una lente, richiama l’attenzione sul fatto che questa perfezione “vale” però soltanto dentro un certo “intorno” centrale del corpo della lente, al di fuori del quale il raggio luminoso se ne frega delle leggi e cambia strada.

Sono stato educato così e ne sono tuttora contento. Sarà per questa ragione che ho sempre nutrito un profondo sospetto nei confronti di tutti coloro che dicono che uno Stato sovrano può stampare moneta quanta ne vuole, tanto “non crea debito“. Mi sembra una teoria piuttosto bislacca. Da Paese del Bengodi.

Mi vengono alla mente quei poverissimi Paesi africani: ma che sciocchini! Perché permanere in quella miseria endemica quando stampando moneta possono diventare più ricchi e prosperi? Tanto non creerebbero debito, secondo le note teorie… Quando sento un “monetarista” – anche illustre e ossequiato – che spara questa fandonia mi viene una profonda rabbia. Sta giocando con le parole. Il mio atroce sospetto è che esista un “intorno” dentro al quale questa teoria regge: se ne esce, collassa e fa disastri. Proviamo a ricostruirne il percorso logico.

Tutto parte dallo Stato sovrano che ha bisogno di denaro (soldi sonanti) per pagare la Pubblica amministrazione e le Opere pubbliche. Quel denaro se lo può procurare in tre modi (quattro se lo Stato fa pure l’imprenditore, come al tempo delle partecipazioni statali): con le tasse (metodo principe), con le alienazioni di beni erariali e con l’indebitamento.

Quello delle tasse è un percorso che può diventare pericoloso: se si esagera (Stato democratico o autoritario) possono nascere rivolte. Con le alienazioni, lo Stato si comporta come quella famiglia che, andata in rosso, vende i propri gioielli per raccattare liquidità. Un atto spiacevole, ma lecito.

Resta l’indebitamento. Come vedete, inizio usando la parolina aborrita dai monetaristi, ma non me ne vogliano per il momento. Lo Stato ricorre all’indebitamento utilizzando una tecnica “speciale”, ma sempre “indebitamento” è. Stampa della carta (titoli) e la cede a se stesso. O, meglio, li cede alla Banca centrale che può essere sua propria o di terzi (come la Banca d’Italia). Ma anche quando è di terzi la Banca centrale deve operare come una dipendenza dello Stato sovrano in merito.

La Banca centrale è demandata a produrre e diffondere la “carta-moneta”: che può essere “carta” o “metallo”, ma la Banca centrale dispone di una fabbrica (la Zecca) alla quale passa gli ordini di stampa (sia di carta-moneta che di moneta metallica). Una parte della carta stampata torna allo Stato Sovrano che, con questa, “paga” le fatture dei fornitori e le spettanze della Pubblica amministrazione.

A questo punto i famosi “titoli” dello Stato risultano – verso di questi e da parte della Banca Centrale – “pagati“. Si è così creata una “magia”: lo Stato ha avuto del denaro sonante (carta) con cui placa le ansie della Pubblica amministrazione e dei fornitori. Questo denaro (“carta”) esce dalle stanze statali ed entra nel corpo produttivo dell’economia reale. La Banca centrale si è dichiarata “paga” dello scambio “titoli/carta-moneta” e lo Stato non ha debiti verso la Banca centrale.

Ora il pallino passa alla Banca Centrale, che di quei titoli non sa che farsene e ha solo una possibilità: cederli dietro compenso (venderli) a terzi. A chi? Al mondo del risparmio, al mondo dell’economia reale, alla domanda estera.

E qui scatta l’inghippo: si rivolge alle banche operative (le banche-retail) perché “vendano” quei titoli ad acquirenti privati, italiani ed esteri, che paghino con denaro reale quel che fino a quel momento era “carta”. Siamo così arrivati al famoso “intorno” di ingegneristica memoria. A questo punto scatta la celebre giaculatoria: “Il cavallo beve”, “il cavallo non beve”.

Tutte le “bolle” finanziarie corrono lo stesso rischio: se la domanda di quei titoli è insufficiente, scatta il percorso a ritroso. Dicono i famosi monetaristi: “Sì, però lo Stato non è tenuto a rifondere nulla, non ha debiti”. Già, il problema diventa la Banca centrale che si ritrova con titoli del suo Stato invenduti (o venduti male – vedi il celebre spread) e senza denaro solido, creato dall’economia reale. Il sistema-giochino è a questo punto uscito dall’intorno, e tutto il Paese, Stato compreso, ne deve subire le conseguenze.

La situazione, a questo punto, è davvero brutta: o il Sistema-Paese riesce a fare ripartire l’economia reale, oppure il costo di questa situazione viene pagato dai ceti più poveri, in primis dal mondo del lavoro. E non c’è Quantitative easing che tenga: altra carta-moneta stampata non fa che peggiorare la situazione. Nel frattempo, a scadenza, ‘quei’ titoli statali vanno all’incasso: chi paga con denaro vero e non con carta stampata ad hoc sull’unghia?