Quando la realtà supera l’immaginazione. Respinti, e meno male, dal gruppo liberale del Parlamento europeo, i Cinquestelle tornano con la coda fra le gambe a Canossa da Farage.
Cari pentastellati, non ci siamo proprio. Così vi giocate il patrimonio di credibilità che avete acquisito da parte del popolo italiano, giustamente stanco dei partiti tradizionali e intenzionato a provare nuove strade originali e inedite per lo sviluppo della democrazia e l’attuazione dei propri sacrosanti diritti.

Il problema è grave perché in gioco non c’è solo la credibilità di Grillo e di tutto il M5S, ma la possibilità stessa di promuovere un’alternativa praticabile ed effettiva al governo dei burattini del capitale finanziario, comunque essi si chiamino.

Vi sono vari aspetti da prendere in considerazione. Il primo è di merito. Tornare con Farage significa mettersi in mano, e stavolta in modo davvero sottomesso, a un personaggio che è il massimo fiduciario in Europa di Donald Trump. Cioè di un signore che, sebbene sia riuscito a convincere decine di milioni di statunitensi dal canto loro stanchi e disgustati della Clinton e di ciò che rappresenta, ha infarcito il suo governo di megamilionari ed esponenti del capitale finanziario. Dal Japan Times leggo che nel governo di Trump ci sono due miliardari e altri quattro che valgono almeno cento milioni di dollari ciascuno. Fra di essi Wilbur Ross, segretario al Commercio, che gestisce una società di investimenti con interessi in 178 altre società, il partner di Goldman Sachs Steven Mnuchin, candidato al Tesoro e quello al Lavoro Andrew Puzder, gestore di 3.300 fast food che sfruttano i propri dipendenti. Per non parlare del nuovo Segretario di Stato Tillerson, che com’è noto viene dalla Exxon.

E con gente del genere che Grillo vorrebbe costruire un’alternativa internazionale valida? Non hanno nulla da dire gli attivisti del Movimento Cinque Stelle al riguardo?

Il secondo aspetto in effetti è di metodo. Va risolto una volta per tutte il problema di chi prende le decisioni all’interno del Movimento. Nel post del 2014 per il quale venni messo alla gogna da Grillo e che avevo rievocato pochi giorni fa proprio a proposito del divorzio da Farage, avevo scritto: “La scelta di collocazione strategica all’interno del Parlamento europeo è rivelatrice. E non ci si venga a raccontare la favoletta dell’accordo tecnico. Se di questo si trattava perché non raggiungerlo con i Verdi o, meglio ancora, con il gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (GUE)? La verità è che la scelta di Grillo e Casaleggio, purtroppo avvallata dagli iscritti in rete segna l’inizio dell’inevitabile tramonto di un’esperienza politica non priva, nonostante tutto, di aspetti positivi. A meno che, come da tempo vado affermando, il Movimento si distacchi definitivamente dai suoi indegni leader“.

Il linguaggio forse è esagerato per eccesso di foga polemica, ma nel merito mi sembra più che mai un discorso valido. O il Movimento mette a punto dei processi decisionali propri e si emancipa dalla soffocante tutela di Grillo (cui peraltro va riconosciuto un ruolo storicamente importante al di là degli eccessi polemici che in effetti andrebbero evitati), oppure è destinato, nonostante la sua carica positiva e innovativa, a deludere sempre più molti che vi guardano con simpatia. Del resto proprio questa contorta e sconcertante vicenda evidenzia un’insufficienza dei meccanismi di democrazia interna che rischiano di emulare quelli poco trasparenti dei partiti tradizionali.

Ma il problema è anche e soprattutto di identità politica. Giustamente si sostiene, da parte del Movimento, che non ha senso dichiararsi di sinistra nei termini classici e tradizionali del termine. Questo anche e soprattutto perché, aggiungo io, la sinistra in questo Paese deve riqualificarsi e superare il discredito in cui è caduta per troppi errori e troppi cedimenti al sistema. Non dichiararsi di sinistra, però, non può certo significare oscillare grottescamente fra Farage e l’Alde come è successo in questi ultimi giorni, con grande godimento dei nemici del M5S e dell’alternativa.

Riuscirà il Movimento Cinque Stelle a recuperare la propria dignità politica, che è indissolubile dall’instaurazione di un’effettiva procedura democratica interna e dell’affermazione di contenuti progressisti, al di là delle etichette? Occorre sperarlo, nell’interesse dell’alternativa. Nella consapevolezza comunque che, fuori e dentro il Movimento esistono oggi enormi energie pronte a scendere in campo e che occorre organizzare senza attendere le bizze di questo o di quello.