BASTIA DI ROVOLON – Giancarlo Galan ha posto fine agli arresti domiciliari, due anni e mezzo dopo essere finito nel carcere di Opera, più o meno con le stesse parole di allora. Arriva nella caserma dei carabinieri verso mezzogiorno per firmare l’atto che gli deve essere notificato per sancire il “fine pena” e per un attimo risponde ai giornalisti. “Certo che ho qualcosa da dire… Lo dichiaro per i veneti: in 15 anni di presidenza del sottoscritto, non c’è mai stato un atto, una delibera, una dichiarazione, una azione fatta in cambio di qualcosa”. L’ennesimo proclama di innocenza. Lo stesso canovaccio che aveva interpretato nel giugno 2014, quando ricevette l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per corruzione. Nel suo caso, a differenza degli altri 34 coinvolti nello scandalo Mose, l’esecuzione era stata sospesa, visto che serviva l’autorizzazione della Camera dei Deputati per privare della libertà uno dei suoi membri. Aveva ripetuto il concetto nelle memorie presentate a Montecitorio, nel tentativo disperato di convincere i suoi colleghi a non votare il via libera all’arresto. E nemmeno quando dopo qualche mese aveva patteggiato due anni e 10 mesi, ottenendo di andare ai domiciliari, aveva modificato la sua versione. Accettava la pena per convenienza, ma che non si pensasse di contrabbandare i patti con lo Stato (completati dalla confisca della sfarzosa Villa Rodella a Cinto Euganeo) per una ammissione di colpevolezza.

Nel periodo di transizione tra il patteggiamento e il suggello finale della Cassazione, Galan aveva avuto modo di rilasciare qualche intervista, sempre sullo stesso tenore. “Sono innocente, non ho preso un euro. Ho patteggiato solo per la mia famiglia. In carcere ho pensato al suicidio, mi ha salvato il pensiero dei miei cari. Rifarei tutto, anche il patteggiamento: in carcere non c’erano alternative”. Fu il suo modo per uscire, ha detto. La villa ha un valore di 3 milioni e mezzo di euro, secondo una stima di parte. Allo Stato bastavano due milioni e 600 mila euro, nel patto sancito davanti al gup e raggiunto con la Procura di Venezia, a fronte di tangenti pagate da Giovanni Mazzacurati, il padre del Mose, il sistema di dighe mobili creato per salvare Venezia dall’acqua alta. Alla fine Galan ha ceduto completamente la villa, anche perché si profilano imponenti richieste di risarcimenti anche dalla Corte dei Conti. A Galan viene contestato un danno d’immagine nei confronti della Regione Veneto che lo ha avuto quale presidente della giunta per tre lustri.

Durante gli arresti domiciliari Galan ha lasciato la dimora di Cinto Euganeo, immersa in un bellissimo parco, e si è spostato di pochi chilometri, sempre sui Colli Euganei, a Rovolon, in affitto nella villetta di un amico. Ed è lì che si è concluso il periodo di detenzione, accorciato di circa quattro mesi e mezzo in base alle norme premiali. Ma la novità non è la dichiarazione d’innocenza, bensì il proposito di ottenere la revisione del patteggiamento. E’ un progetto su cui sta rimuginando da quando lo hanno acciuffato. Ai suoi difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, ha chiesto di cercare prove per sostenere la richiesta. Accusato di corruzione, praticamente di essere stato a libro paga del Consorzio Venezia Nuova per anni, è intenzionato ad attaccare i due capisaldi dell’accusa, ovvero le dichiarazioni di Mazzacurati e della sua ex segretaria Claudia Minutillo. Entrambi arrestati nel 2013, nell’inchiesta che anticipò il filone principale del Mose, riempirono verbali in cui accusavano Galan di aver ricevuto tangenti.

In effetti nell’inchiesta non sono state trovate prove dirette del passaggio di denaro, anche se il patrimonio di Galan era di gran lunga superiore ai redditi incassati nel periodo in cui è stato presidente del Veneto. Contro le parole di Mazzacurati cercherà di dimostrare che l’ingegnere quando confessò era già malato e incapace di ricordare nomi, fatti e date. Oggi vive negli Stati Uniti e un perito del Tribunale andrà a fargli visita tra qualche giorno per verificare se davvero una forma di demenza senile gli impedisce di rendere testimonianza. Contro Claudia Minutillo, che invece sta benissimo, Galan cercherà di giocare un’altra arma, riprendendo le accuse formulate in un memoriale del 2014, quando dichiarò che la segretaria aveva fatto la “cresta” su un paio di finanziamenti illeciti per la campagna elettorale. Una strada sicuramente in salita per l’ex Doge di Venezia, visto che da due anni e mezzo in tutte le sedi giudiziarie le accuse contro di lui hanno trovato conferme.