Qualche giorno fa, seguendo certe polemiche ‘social’ di cui qui non do conto, mi è capitato di imbattermi nello status Facebook di una notissima scrittrice, Michela Murgia, e su quello sto rimuginando da un po’.

Lo status recitava così: «Il fatto che la poesia non si venda è il principale motivo per cui è interessante leggerla: in questo linguaggio artistico ormai recessivo permane qualcosa di misteriosamente irriducibile al mercato. Non lo piegano gli sconti, non lo addomesticano le grafiche editoriali e non lo imbellettano gli strilli sulle fascette. Dire che la poesia non ha mercato è uno dei più bei complimenti che alla poesia si possano fare».

Devo subito specificare che concordo sul fatto che dire che la poesia non ha mercato (visto poi qual è il mercato) è uno dei più bei complimenti che alla poesia si possano fare. Dante, nel Convivio (e poi Deleuze) sosteneva di scrivere per un pubblico che ancora non c’era, che poi era quello delle donne.

Ma, d’altra parte, mi son venute moleste in mente due cose: la prima è che, detta da un’autrice di indiscutibile successo, la frase suonava come una sorta d’involontaria autocritica, la seconda è che Murgia, evidentemente, pensava alla poesia come a un’arte scritta e nemmeno si poneva il problema che probabilmente anche il medium (il libro) ci mette del suo. La poesia è un’arte orale, nata per essere ascoltata, prima che letta. Un libro di poesia ha un target tanto limitato quanto una qualsiasi partitura musicale.

Anche chiarito questo, però, qualcosa continuava a ronzarmi nella testa e a rendere questo breve, e – vista la sede – certamente occasionale scritto, per me singolarmente inquietante.

Poi ho capito. Intanto non c’è niente di oscuro nell’irriducibilità della poesia al mercato: Sanguineti sottolineava come non si fosse mai letta tanta poesia quanta se ne legge oggi, ma grazie all’obbligo scolastico, non a una scelta di ‘mercato’.

La poesia ha ‘strutturalmente’ scarsissimo valore di scambio e moltissimo valore d’uso, come avrebbe detto il barbone di Treviri, a causa della sua natura condivisa, di evento prima che di merce. Ieri, come oggi e domani. La poesia fondava le comunità (prima di Facebook, certo), era un atto orale condiviso, una ‘relazione’, non una merce scambiabile e fruibile singolarmente come un libro. Le è rimasto questo vizio antico.

Ma ciò che mi ha lasciato basito e mi ha chiarito perché, alla fine della lettura, invece di ringraziare Murgia, a me veniva in mente di essere stato trattato da panda in via d’estinzione, è stata quella parolina: recessivo. La poesia sarebbe un: «linguaggio artistico ormai recessivo». Cosa intendeva dire?

Il lemma è di uso prevalentemente giuridico-economico (a parte qualche evenienza astronomica): dunque Murgia stava metaforizzando? Non so, in ogni caso penso proprio che intendesse che la poesia è pronta ormai a tirare le cuoia. Ovviamente, non concordo affatto, ma anche di questo mette poco conto parlare: sono un poeta, non lo sarei, se non fossi convinto della capacità di sopravvivermi dell’arte che provo a praticare, l’ultimo dei Mohicani non credo di essere io, né alcuno dei miei colleghi, né prevedo per la poesia un futuro ‘etnologico’, o ‘paleontologico’.

Più interessante mi pare ipotizzare che si sia trattato di una sorta di lapsus, vista la micro-lingua di provenienza del lemma: troppa attenzione alle vendite, insomma, e si tratta a suon di partita doppia qualsiasi cosa, fin quella povera Cenerentola della poesia. Ma forse qui sto malignando, e non sta bene. 

Invitante piuttosto, con piglio barocco alla Gongora, è proseguir la sua metafora (se pur lo era) e trasformarla in allegoria: ché se la poesia è recessiva, e va bene, allora il romanzo sarà inflattivo e inflazionato, capace com’è di mangiarsi ogni altro oggetto letterario, di ridurre a sé ogni riga scritta o quasi. Non a caso il copyright lo si inventò per proteggere il romanzo (i due sono coetanei e gemelli), il quale proprio non sopporta la sharing economy: ancora se ne duole il povero Cervantes, che per evitar plagi e sequel non autorizzati in quei secoli bui ancora Avanti Siae, fu costretto ad uccidere il suo eroe (che è comunque cosa più nobile dell’attuale diritto d’autore).

Ora a me pare – ma non vorrei mancare di stile e sembrare di malaugurio – che questa inflazione, questa pletora di romanzi d’ogni genere, dovunque e comunque e di chiunque, stia asfissiando tutte le arti della parola, e prima di tutto il romanzo stesso, e che forse, a forza e sforza d’inflazione, stia preparando esso stesso la sua crisi finale, quella che gli economisti chiamano la ‘tempesta perfetta’. Né bestemmiare Dylan lo salverà.

Di chi è la colpa, o qual è la causa di questa situazione in cui tutti sono scrittori e nessuno lo è più? Di quelli che Murgia magari considera dei dilettanti da strapazzo, o invece proprio degli scrittori veri e di successo?