La miglior dimostrazione che la qualità del business e la qualità dei piani industriali paga, viene oggi da Unicredit, che – dopo mesi di intenso lavoro – segna una netta discontinuità con il passato e vara un maxi riassetto industriale guardando al futuro oltre che al necessario rafforzamento patrimoniale. Un’operazione che il mercato aspettava da tempo e che cancella d’un colpo i pietosi tentennamenti dell’ex amministratore delegato Federico Ghizzoni, che per anni si è barcamenato tra l’incudine del mercato e il martello delle Fondazioni bancarie degli altri soci di peso, portando la banca su una china estremamente pericolosa. Il nuovo ad, Jean Pierre Mustier, è arrivato a metà luglio e ha lavorato da subito con determinazione su tre fronti. Il primo è quello interno della governance, con la marginalizzazione di personaggi come il vicepresidente Fabrizio Palenzona, che negli anni di Ghizzoni è stato il vero dominus della banca assieme al suo braccio destro Roberto Mercuri e a una cordata di dirigenti che Mustier ha avuto il merito di allontanare (come il vice direttore generale Paolo Fiorentino) o ridimensionare (come il chief risk officer Massimiliano Fossati) anche per effetto del loro coinvolgimento nello scandalo Bulgarella. La seconda linea d’intervento è stata quella di proseguire sulla strada delle cessioni già avviate arrivando a risultati concreti: oltre ad alleggerire la posizione in Fineco restando comunque primo azionista dell’istituto, ha ceduto ai polacchi Bank Pekao, alla Sia la società di gestione dei pagamenti e ai francesi di Amundi ha venduto il risparmio gestito targato Pioneer dopo che in epoca Ghizzoni era sfumata la vendita agli spagnoli di Santander. Cessioni che hanno contribuito a rimpinguare le casse del gruppo e a portare i coefficienti patrimoniali ben oltre la soglia di sicurezza.

Il terzo fronte è quello del piano industriale e del bubbone sofferenze e qui Mustier ha affondato davvero il bisturi, annunciando un maxi aumento di capitale da 13 miliardi di euro, la cessione di 17,7 miliardi di sofferenze e il taglio di circa un quinto dei dipendenti in tre anni. Una cura drastica e per nulla indolore sotto il profilo occupazionale dato che gli esuberi salgono di 6.500 unità rispetto al vecchio piano approvato nel novembre 2015, con 14.400 tagli di qui al 2019 di cui il 65% in Italia (9.400 unità e la chiusura di 800 filiali). I sindacati, però, non sembrano intenzionati ad innalzare le barricate,  limitandosi – come annuncia Mauro Morelli, segretario generale della Fabi, il maggior sindacato dei bancari – a chiedere che “gli esuberi dichiarati, la cui congruità è tutta da dimostrare, siano gestiti solo su base volontaria e attraverso il nostro ammortizzatore sociale di settore, con le massime garanzie per i lavoratori interessati”.

E’ un segno dei tempi e della consapevolezza che il business bancario così come lo conosciamo è destinato a soccombere sotto la spinta dell’innovazione tecnologica a favore di un modello più snello e con molti meno occupati. La questione degli esuberi però non sarà di semplice gestione, anche perché il fondo di settore è allo stremo e le risorse indicate dal governo nella legge di Bilancio non è detto che siano sufficienti per tutti (Unicredit non è certo l’unica banca che programma ingenti tagli di personale nel prossimo triennio). Vero è poi, come denuncia il sindacato Uilca per bocca del suo segretario generale Massimo Masi, che buona parte del piano industriale si basa sui risparmi derivanti dalla riduzione del costo del lavoro. I tagli valgono 1,1 miliardi di euro e attraverso una riduzione degli altri costi operativi di 600 milioni, il gruppo conta di “ottenere un risparmio sui costi ricorrenti annuali totali netti pari a 1,7 miliardi di euro, ottenendo una base di costi di circa 10,6 miliardi di euro nel 2019, in discesa rispetto ai 12,2 miliardi del 2015”. Per questo Masi chiede “le dimissioni di tutti coloro che hanno gestito i precedenti cda o che hanno ricoperto ruoli di responsabilità, avallando i precedenti piani industriali” se è vero, come ha dichiarato Mustier, “che ora si stanno pagando gli errori ereditati dalla vecchia gestione”.

Oltre al profilo occupazionale, del piano presentato a Londra impressionano anche le dimensioni della ricapitalizzazione (13 miliardi, la maggiore mai effettuata in Italia) che Unicredit varerà il 12 gennaio e che rischia di cambiare drasticamente il volto dell’azionariato della banca, ridimensionando nettamente il peso delle Fondazioni azioniste e dei loro rappresentanti in consiglio. Ragguardevole anche l’operazione sulle sofferenze con la cessione di crediti lordi per 17,7 miliardi. Si tratta di operazioni già “coperte”, nel senso che Morgan Stanley, Ubs, BofA Merrill Lynch, Jp Morgan, Mediobanca, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs e Hsbc si sono impegnate a formare un consorzio e garantire integralmente l’inoptato. Quanto alle sofferenze, Unicredit ha già sottoscritto due accordi separati, uno con Fortress Investment e l’altro con Pimco, per la cessione dei crediti a due nuove società in cui la banca di Piazza Gae Aulenti avrà una quota di minoranza: “Il completamento delle operazioni – spiega una nota di Unicredit – è soggetto alle consuete condizioni e si punta a chiudere entro la fine della prima metà del 2017”.

Stiamo parlando complessivamente di 30 miliardi, una cifra che il mercato a quanto pare non ha alcuna difficoltà ad assorbire, nonostante gli esiti referendari, la crisi politica, l’incertezza sul futuro del governo e dell’economia … Certo, a fare l’operazione è Unicredit, l’unica banca italiana a rilevanza sistemica globale, ma il pensiero non può fare a meno di correre al Monte dei Paschi e alla necessità di un salvataggio pubblico dopo anni di distruzione di valore da parte della banca senese e mesi persi a inseguire un’impossibile soluzione di mercato.

La medicina di Mustier è amara, ma il nuovo amministratore delegato di Unicredit sta riportando il suo gruppo sul sentiero della redditività e della crescita intervenendo anche sulla sostenibilità del business attraverso la trasformazione del modello operativo con nuovi investimenti oltreché con i tagli e le riduzioni di costi. Vi è poi la decisione dell’amministratore delegato di autoridursi lo stipendio del 40%  a 1,2 milioni di euro, la rinuncia ai bonus per il 2016 e, soprattutto, a eventuali buonuscite in caso di addio alla banca. Sarà anche un tentativo di captatio benevolentiae nel momento in cui chiede sacrifici così duri sul fronte occupazionale, ma è una mossa che segna uno stile e un passo diverso rispetto a quello di tanti altri manager bancari italiani e non.

Quanto alla Borsa, dopo aver chiesto per oltre un anno un piano industriale serio e una massiccia ricapitalizzazione, sembra aver apprezzato la direzione presa da Unicredit premiando il titolo con un rialzo nell’ordine dell’8% in un volume di scambi molto intenso.