L’estensione delle sanzioni deciso dal Senato degli Stati Uniti cominciano a dispiegare i primi effetti: l’Iran da un lato annuncia l’avvio di un piano per la produzione di “propulsori marittimi nucleari” e dall’altro annuncia l’avvio di un’azione legale contro Washington. Il governo di Teheran, intanto, ha stretto firmato un memorandum d’intesa da 2,2 miliardi di dollari con la la russa Gazprom. Il disgelo avviato dall’accordo sul nucleare raggiunto nel luglio 2015 tra Teheran e il  cosiddetto ‘5+1’ (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) subisce un nuovo contraccolpo.

Il presidente Hassan Rohani , riferisce il suo sito ufficiale, ha ordinato all’Organizzazione dell’energia atomica iraniana (Aeoi) di pianificare la realizzazione di dispositivi di propulsione nucleare da utilizzare nei trasporti marittimi. La decisione è stata presa in risposta “ai ritardi, alla negligenza e alla violazione del Jcpoa (accordo sul nucleare) da parte degli Usa”. Rohani ha inviato in proposito due lettere di direttive al ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, e al capo della Aeoi, Ali Akbar Salehi, al quale ha chiesto di riferirgli gli esiti entro i prossimi tre mesi.

La decisione di Rohani è arrivata dopo la decisione assunta con voto unanime dal Senato degli Stati Uniti il 2 dicembre di estendere per altri 10 anni le sanzioni all’Iran. Un atto simbolico, visto che per colpire Teheran con misure restrittive non serve il via libera di Capitol Hill. Ma un atto che rischia di riaccendere tensioni che sembravano superate. Lo stesso giorno, inoltre, il Financial Times scriveva che il transition team di Trump starebbe esaminando una serie di proposte per imporre a Teheran nuove misure economiche, legate al programma missilistico iraniano e al rispetto dei diritti umani che tecnicamente non violerebbero l’accordo del 2015. Ma che sarebbero viste come una vera e propria provocazione dalla repubblica degli ayatollah.

Tanto che in tutta risposta Rohani ha incaricato Zarif di intraprendere un’azione legale contro gli Stati Uniti per “i ritardi nell’attuazione dell’accordo sul nucleare”, sottoscritti nel luglio 2015 ed entrati i vigore dal gennaio di quest’anno, e per la “palese violazione scaturita dall’estensione delle sanzioni”. Rohani ha chiesto al ministro degli Esteri di avviare nel contempo anche un’azione diplomatica e riferire i risultati entro un mese.

Non solo. L’agenzia di stampa iraniana semiufficiale Tasnim ha annunciato che il ministero iraniano del Petrolio ha firmato un memorandum d’intesa del valore di circa 2,2 miliardi di dollari con il colosso petrolifero russo Gazprom per lo sviluppo dei giacimenti di Cheshme Khosh e Changouleh, entrambi situati nell’ovest della Repubblica islamica. Alla cerimonia della firma dell’accordo erano presenti il ministro iraniano del Petrolio, Bijan Zanganeh, e il ministro russo dell’Energia, Alexander Novak.

Il giacimento di Changouleh figurava nella lista di 45 progetti indicata dal ministero del Petrolio di Teheran alla conferenza di Londra dello scorso anno dedicata agli investimenti stranieri.
Lo spettro dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto a gennaio, sta mettendo il turbo agli affari in Iran, con il governo al lavoro ventre a terra per stringere il maggior numero di accordi in campo petrolifero prima che la situazione possa di nuovo precipitare. Il timore del presidente Rohani è che l’ascesa alla presidenza del tycoon, associata alla pressione interna degli ultraconservatori, possa spingere di nuovo la Repubblica islamica in quell’isolamento economico e politico dal quale, dopo l’accordo sul nucleare, sta faticosamente tentando di uscire.

La scorsa settimana le autorità iraniane hanno firmato un altro importante memorandum d’intesa con la Royal Dutch Shell per lo sviluppo di due tra i più importanti giacimenti petroliferi del Paese, quelli di Azadegan Sud e Yadavaran. E accordi analoghi sono stati siglati nell’ultimo mese con la Schlumberger, la più grande società per servizi petroliferi al mondo, ed altre compagnie cinesi, norvegesi, thailandesi e polacche. A novembre, invece, era stata la francese Total a firmare un memorandum per lo sviluppo di una parte del giacimento Pars Sud, del valore stimato di 4,8 miliardi di dollari.