Cinque mesi fa Emmanuel Chidi Nnamdi fu ucciso nel tentativo di difendere sua moglie da un insulto razzista. In manette finì Amedeo Mancini, ultrà della Fermana, che poi dichiarò che avrebbe messo a disposizione della vedova del richiedente asilo tutti i suoi averi. Tra accusa e difesa è stato raggiunto un accordo perché Mancini, accusato di omicidio preterintenzionale per la morte del cittadino nigeriano, patteggi una pena a 4 anni. Sarà il gup Maria Grazia Leopardi a fissare un’udienza in cui ratificare o meno l’accordo. Nel frattempo, lo stesso giudice, ha attenuato la misura degli arresti domiciliari, eliminando il braccialetto elettronico e consentendo a Mancini di lasciare l’abitazione per quattro ore al giorno per riprendere la cura del suo piccolo fondo agricolo.

“Il 2 dicembre scorso – fanno sapere gli avvocati dell’ultrà fermano Francesco De Minicis e Savino Piattoni – la difesa aveva proposto istanza di patteggiamento allargato chiedendo di riconoscere all’imputato l’attenuante della provocazione e le attenuanti generiche e di eliminare invece le tre aggravanti contestate (recidiva, motivi abietti e futili, aggravante razziale), applicando una pena finale di 4 anni di reclusione. Il pm aveva espresso il suo consenso alla pena, all’eliminazione di due delle tre aggravanti contestate e al riconoscimento dell’attenuante della provocazione”, chiedendo però di mantenere l’aggravante razziale. Oggi i difensori hanno aderito, “nello spirito negoziale e conciliativo tipico del rito prescelto, alla prospettazione del pm”.

A settembre don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco e della Fondazione Caritas in veritate, che aveva accolto il nigeriano richiedente asilo e la moglie Chyniere, aveva dichiarato che si sarebbe costituito parte civile nel processo perché Emmanuel era stato dimenticato.