25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne. La prima cosa che viene chiesta da chi ne scrive o si informa sulla questione, in genere, sono i dati. I dati infatti restituiscono una panoramica, aiutano a rendersi conto del fenomeno, nel caso di quelli globali, fanno anche rabbrividire.

La violenza maschile sulle donne purtroppo attraversa i confini e le culture, può prendere varie forme, ma riguarda il mondo intero. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) siamo di fronte a “un problema di salute di proporzioni globali enormi” che colpisce un terzo delle donne nel mondo, come emerge dai dati dell’ultimo rapporto pubblicato dall’Oms, in collaborazione con la London School of hygiene&tropical medicine e il South African medical research council. Il 35% delle donne, ovvero 1 su 3, subisce nel corso della vita qualche forma di violenza. La più comune è quella domestica: quasi un terzo (30%) delle donne che sono state in un rapporto di coppia ha subito qualche forma di violenza fisica e/o sessuale da marito o compagno. A livello globale, ben il 38% dei femminicidi sono commessi dal partner.

In Europa sembra andare meglio rispetto ad altre aree del pianeta, ma non è abbastanza: oltre 25 donne su 100 sono abusate fisicamente o sessualmente dai partner. Tra le molteplici forme di violenza ricordiamo quelle affrontate e combattute direttamente dai nostri progetti, come le mutilazioni genitali femminili (Mgf) e i matrimoni forzati e/o precoci che coinvolgono milioni di giovanissime in tutto il pianeta: 700 milioni di donne si sono sposate prima dei 18 anni, (1 su 3 prima dei 15 anni); circa 200 milioni le donne e le ragazze che convivono con le Mgf. Eppure, entrambi i fenomeni sono inclusi, definiti e condannati anche nella Convenzione di Istanbul, ratificata da numerosi Paesi, compresa l’Italia, Paese in cui la Convenzione è legge dal giugno 2013.

A quanto illustrato a grandi linee sinora, vanno aggiunti i dati relativi al fenomeno migratorio, infatti le donne che subiscono violenza durante lo spostamento sono moltissime. Oggi abbiamo il più alto numero di persone in movimento dalla Seconda guerra mondiale: secondo gli ultimi dati del Fondo delle Nazioni unite per la popolazione (Unfpa) del 2015 sono oltre 100 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria, tra le persone colpite da conflitti e disastri. Fra queste circa 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva. Se durante il tragitto migratorio e soprattutto al momento dell’accoglienza non si adotta un approccio di genere non usciremo mai da un’ottica emergenziale. Fondamentale ricordare che la violenza sulle donne tutto è tranne che un’emergenza, è un fenomeno strutturale e ben radicato che ha gettato le sue radici in tempi remoti e che è ben alimentato da una cultura del silenzio che le donne e i movimenti femministi hanno iniziato a svelare già da tempo. La violenza contro donne e ragazze è una delle più diffuse violazioni dei diritti umani con cui ci troviamo a lavorare.

E in Italia? La rete Non una di meno, che ha organizzato la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, che si terrà a Roma sabato 26 novembre, spiega che  “si parla di una donna uccisa ogni 3 giorni, ma in realtà non sappiamo cosa succeda veramente. Non abbiamo dati dei pronto soccorso, non abbiamo dati completi dalle forze dell’ordine, non abbiamo dati sui processi e sulle condanne, non abbiamo dati dai servizi territoriali, dalle assistenti sociali dei comuni, non abbiamo dati di quanto le/gli insegnanti vedono a scuola, abbiamo solo i dati (neanche tutti) dei centri antiviolenza e due ricerche Istat in 15 anni”. Non una di meno non ha solo lanciato ufficialmente la manifestazione, ma l’inizio di un percorso che ha come scopo la scrittura di un Piano antiviolenza nazionale femminista a cui si inizierà a lavorare già a partire dal giorno seguente, il 27 novembre, in un’assemblea plenaria che si terrà sempre nella Capitale e affronterà anche la mancanza di una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea, in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale.

A livello internazionale le associazioni della società civile e Un Women hanno, fin dal principio del processo di definizione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs dall’acronimo inglese), evidenziato la necessità di un approccio complesso alla parità di genere, da attuare tramite un obiettivo specifico e mainstreaming negli altri obiettivi. Questo approccio si è concretizzato con l’Obiettivo 5: “Realizzare la parità di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze”.
Questo ambizioso obiettivo comprende elementi che erano assenti dai precedenti obiettivi di sviluppo del millennio: la violenza e la discriminazione di genere, le Mgf e i matrimoni forzati e/o precoci, la reale partecipazione delle donne alla vita politica, sociale ed economica e la necessità di politiche mirate per favorire l’uguaglianza di genere.

Il target sulla realizzazione dei diritti sessuali e riproduttivi è stato frutto di una dura battaglia, ma c’è ed è un risultato importante. Tutto questo lavoro faticoso, complesso e articolato è portato avanti dai movimenti femministi e da associazioni che, come Aidos lavorano sui diritti di donne e ragazze da moltissimo tempo. Questi Obiettivi fanno parte di un’Agenda che non è rivolta solo ai cosiddetti Paesi del Sud del mondo, ma ha vocazione universale, in un’ottica di necessità di sviluppo sostenibile che riguarda ormai l’intero pianeta. Quindi anche l’Italia dovrà adeguarsi a quanto richiesto a livello internazionale e a quanto stanno chiedendo a gran voce le donne che sabato saranno a Roma a manifestare per spiegare che quanto fatto fino ad ora non basta. Non siamo più disposte a perdere in alcuna parte del mondo nessuna donna, per mano di un uomo o a causa dell’obiezione di coscienza o per qualsiasi altra forma di violenza.