Soltanto pochi anni fa la Georgia ripiombava nell’incubo della guerra. Nel 2008 le truppe russe invasero il nord, Ossezia e Abcasia, regalando qualche migliaio di morti e infiniti sfollati tuttora nei campi profughi, riportando fame e miseria in questa terra fatta di montagne, di acque cristalline e vini esportati in tutto il mondo. Nemmeno dieci anni fa mancavano acqua corrente ed elettricità, poche le automobili in circolazione.

Oggi, soprattutto la capitale Tbilisi, è un fiorire di immense costruzioni emerse improvvisamente e che ben si sposano con lo skyline fatto di case basse dai tradizionali balconi in legno lavorato: grattacieli in cristallo, tubi di specchi, sculture, funivie e ovovie, il Palazzo di Giustizia che sembra un tappeto di funghi, un ponte azzurro di tubi bianchi (che qui tutti dicono che somigli ad un assorbente e che a noi è parso invece una coda di balena che si immerge) fanno da contraltare moderno e tecnologico alla fortezza in alto che ci guarda, ai monasteri ortodossi, alle terme sulfuree secolari.

Tra le stradine della vecchia città e la torre della televisione che illumina la notte, è questo mix colorato e variegato che racchiude il senso più intimo di una nazione fiera e orgogliosa, aperta e curiosa. Curiosa e affamata soprattutto di cultura e di teatro. Lo sta a testimoniare il festival Gift, acronimo ma anche regalo, dono in inglese, che ogni anno porta a queste latitudini grandi spettacoli.

All’interno del Gift anche l’“Italian Focus” diretto dal regista Michele Panella, collaboratore della rassegna a vario titolo dal 2007, che ha scelto di mostrare Serena Sinigaglia e il suo Atir con Italia anni 10 oltre a Carmelo Rifici con Medea. Lo stesso Panella è stato diretto protagonista con la trasposizione del Non si paga, non si paga! di Dario Fo in georgiano, omaggio al Premio Nobel appena scomparso.

Nella vicenda, che Fo scrisse ambientandola negli anni ’70, Panella ha tolto i riferimenti temporali e geografici, donando al testo un ambiente sospeso e fotografando quella crisi che attanaglia a cicli continui le vicende umane anche e soprattutto nell’attualità: scioperi, chiusura delle fabbriche, piccoli furti nei supermercati per poter continuare a sopravvivere, licenziamenti, scontri con la polizia, il capitalismo alla deriva.

In tutto questo, tra scene e oggetti che sembrano provenire da un quadro mix tra le atmosfere di Mirò e Dalì, e le spumeggiature tra Kandinskij e Magritte, il regista, ex Teatro della Limonaia, ha cucito i suoi inserti fatti di aperture-finestre, sorta di televisori, che si aprono proiettando facce e personaggi come sogni, fumetti, voci di dentro, oblò che si aprono su un altro mondo dove appare ad esempio il Papa (siamo in clima di The Young Pope).

In questa girandola brillante da Banda del buco, con echi da I soliti ignoti emergono fortemente le donne con la metafora della gravidanza che salva e benedice, che è speranza, ottimismo nel futuro e rinascita. Qui Panella ha toccato le corde del pubblico georgiano e centrato un tema sempre più sentito: negli ultimi anni, con la crisi, moltissime donne sono andate a lavorare all’estero, soprattutto come badanti, invertendo così i rapporti di forza con gli uomini all’interno delle quattro mura domestiche. Non tutti i mali vengono per nuocere.

Il Materiali per Medea (con l’eroina del mito greco, che proveniva proprio da queste terre, i georgiani hanno un rapporto conflittuale: per alcuni è traditrice della patria per altri talmente importante da chiamare così le proprie figlie) di Heiner Muller per la regia di Carmelo Rifici, è carnale, materica e sanguigna. Alle spalle cilindri gonfiabili che deformano, facendo oscillare tondeggianti le immagini proiettate smembrandole offuscandole, che sembrano branchie di uno squalo, una piscinetta e un cumulo di terra.

E’ in questo scenario apocalittico che Mariangela Granelli incarna il racconto e lo scarnifica fino a portarci, mettendoci il corpo quasi sacrificandolo e ferendolo, dentro le lacerazioni dei migranti in mezze a queste parole appuntite come corone di spine, divenendo una regina infangata, graffiata, impastata, corrosa, sconvolta, grattugiata come le chitarre elettriche che marchiano l’arena del suo canto lancinante, della sua rabbia luttuosa, del suo sfogo che è poesia che fa male.

La Granelli è pasoliniana, prima una Evita Peron blonde vamp cubista, poi diseredata, afflitta vittima, e riesce, in questo viaggio fin dentro la nostra coscienza, a portarci nelle secche, aride paludi della guerra, ci prende per mano fino alla soglia della desolazione della Jungle di Calais, imbrattata di quella terra che può essere madre ma anche tomba.