A una settimana dalle elezioni l’Emailgate potrebbe mettere in imbarazzo anche l’inquilino uscente della Casa Bianca. Barack Obama, che con la First lady Michelle, ha sostenuto senza tregua Hillary Clinton, tace. Per dieci volte il portavoce del Campidoglio a Washington Josh Earnest ha ripetuto ai giornalisti l’intenzione di “non voler difendere né criticare” il direttore dell’Fbi James Comey sulla scelta di informare il Congresso dei nuovi sviluppi sullo scandalo del server privato usato dall’ex segretario di Stato. L’indagine è stata riaperta  perché l’Fbi indagava sul marito del braccio destro di Clinton.

Con un silenzio assordante, mentre Trump fa aleggiare lo spauracchio di una “crisi costituzionale” in caso di elezione della democratica, Obama non ha ancora proferito parola di persona sulla vicenda che minaccia l’elezione alla presidenza della sua ex rivale, ma che il presidente ha adesso investito senza riserve del compito di proseguire sulla sua traccia il lavoro. Si sta spendendo da ‘campaigner in chief‘, percorrendo l’America in lungo e in largo (in Ohio, in Florida, in North Carolina) mettendoci la faccia per garantire che è lei la scelta giusta. Eppure il cortocircuito politico che ha travolto la campagna democratica vede protagonisti proprio tre delle sue scelte: in ordine di tempo James Comey, Loretta Lynch e Hillary Clinton. Al di là dell’obbligo istituzionale di non intervenire su inchieste in corso, Obama non può sconfessare Comey. Earnest lo ha spiegato con la mancanza di informazioni sulle ragioni (e il materiale) che ha portato il direttore dell’Fbi alla sua scelta. Ma non è tutto: Comey è stato scelto da Obama nel 2013 per dirigere l’agenzia federale riconoscendogli integrità e rigore. E il presidente non si tira indietro adesso, non prima di sapere cosa c’è in quelle mail. E allora riconosce la posizione difficile in cui Comey si trova, ma non crede che con le sue azioni intenda influenzare il voto. Poi però Earnest fa un passo avanti, e sottolinea che esistono norme e consuetudini pensate “per limitare la discussione pubblica”, che vanno “applicate e applaudite”.

Esiste una legge che risale al 1939 l’Hatch Act che secondo alcuni sarebbe stata violata da Comey nell’aver rivelato l’avvio di nuove indagini. L’Atto – così nominato per il senatore Carl Hatch del New Mexico che ne fu fautore – è una legge federale volta a prevenire comportamenti politici impropri e dannosi, proibendo a dirigenti del governo – ad eccezione del presidente, vicepresidente e pochi altri ufficiali designati – di partecipare ad attività politiche di ogni forma. Anche ai semplici impiegati governativi viene ridotta la possibilità di impegno politico pubblico. La regola intende di fatto evitare la possibilità che ufficiali governativi influenzino in qualsiasi modo i risultati delle elezioni: proprio ciò che invece – secondo molti critici – avrebbe fatto Comey. Intervenendo con l’annuncio di una notizia potenzialmente dannosa e non comprovata per uno dei candidati alla presidenza, Clinton. Esiste inoltre una regola consolidata, proprio riguardante l’Fbi, per cui il Bureau di investigazioni più potente degli stati Uniti non discute né con il pubblico, né con il Congresso indagini in corso, in periodi prossimi a tornate elettorali. L’Atto non è però una norma penale: chi viola le sue norme quindi può al massimo incorrere in azioni disciplinari.