Ancora una volta Pablo Larraín lascia senza fiato. Ormai si rischia di diventare ripetitivi nell’esaltazione di un talento tanto smisurato, eppure continua ad inanellare film su film con una consapevolezza disarmante, non mostrando il minimo segno di cedimento ed anzi portando la sua filmografia verso vette finora inesplorate.

Dopo la penetrazione nell’inferno dell’animo umano di El Club e il meraviglioso ritratto d’autore di Jackie, con Neruda (al cinema dal 13 ottobre) arriva ad incastonare nel suo straordinario percorso artistico il diamante più raro e prezioso della sua già ricchissima collezione. Per portare in scena il genio talmente complesso e sterminato del sommo poeta cileno senza risultare scontati e didascalici era indispensabile la presenza di un altro genio dietro la macchina da presa; ecco allora che “l’incontro” tra i due Pablo diventa una sinfonia artistica e cinematografica senza precedenti.

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A dispetto di quello che si potrebbe pensare, questo film non può essere incasellato all’interno di un genere o di un particolare tipo di narrazione, anzi Larraín sembra divertirsi a giocare con le infinite possibilità del cinema, muovendosi in lungo e in largo all’interno di generi diversissimi, rompendo qualsiasi tipo di struttura formale convenzionale e contaminando il racconto di sterminate invenzioni cinematografiche. Concentrandosi sul periodo alla fine del 1940, quando lo scrittore e senatore del partito comunista cileno fu costretto all’esilio e alla clandestinità, trova tutta la sua forza immaginifica in uno sguardo registico surreale, capace di fondere in maniera poetica la rabbia politica e la passione latente, l’umorismo mordente e la sensualità celebrativa. Un viaggio attraverso atmosfere inafferrabili, carico di eleganza lirica e idee vibranti.

La straordinaria abilità di Larraín sta nel riuscire a mettere in scena, non tanto un film su Neruda, quanto un film nerudiano nella sua anima.neruda È meraviglioso vedere come possa arrivare a delineare le sfumature più profonde di un personaggio attraverso la figura del suo antagonista, nella creazione di un dualismo avvincente ricco di fascino e di intrigo. Un inseguimento continuo come il gatto col topo, una sfida estenuante che dovrebbe portare ad un esaurimento emotivo e che invece sfocia in una storia d’amore di fantasia sognante tra carnefice e fuggitivo. Un rapporto vitale l’uno per l’altro, costellato da un arcobaleno di registri cinematografici diversi e da un impianto formale sublime in ogni suo più piccolo dettaglio, dalle tonalità meravigliose della fotografia fino alla concezione di un montaggio onirico che rompe qualsiasi continuità spaziale. Neruda è una contemplazione profumatamente artigianale e coraggiosamente idiosincratica di un grande artista, per il quale il compromesso politico era un vero e proprio anatema. È un saggio vertiginoso e polistratificato sulle contraddizioni della politica e della storia ma è al tempo stesso un film che può trasfigurare in immagini l’emozione di una poesia.

 

Non pensate soltanto di guardare Neruda; immaginate di sfogliarlo, godetene come fosse tra vostre mani, deponete lo scudo della razionalità, lasciate libera la fantasia e abbandonatevi alle infinite suggestioni che vi regalerà. Sarà un’esperienza unica.

Sperando che questo possa essere anche l’anno dell’esplosione mediatica, vista la possibilità per Larraín di concorrere agli Oscar sia con Neruda, per il miglior film straniero, che con Jackie, non rimane altro da fare che augurargli ogni fortuna ed aspettare bramosi la prossima prodezza. La sua consacrazione nell’olimpo del grande cinema è ormai totale.