“Falsata” e “incompleta”: la banca dati sugli incidenti di Ferrovie dello Stato riporterebbe alcuni fatti in modo da farli apparire meno gravi. Sono stati i pm di Lucca a lanciare l’accusa, durante un’udienza del processo per la strage di Viareggio, che si avvicina alla sentenza di primo grado, attesa per la fine del 2016, sette anni e mezzo dopo quel 29 giugno 2009, che vide un treno carico di gpl deragliare all’altezza della stazione e provocare un incendio, che inglobò le strade vicine. Furono 32 le vittime, l’ultima delle quali, Elisabeth Silva, morì dopo 6 mesi per le ustioni.

Nella terza di cinque udienze dedicate alla requisitoria, i pm Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino hanno citato l’incidente di un treno in tutto e per tutto simile a quello di Viareggio. Sei mesi dopo il disastro della Versilia, il 22 dicembre 2009. Stessa tratta: da Trecate, provincia di Novara, a Gricignano, Caserta. Stesso materiale pericoloso: gas propano liquido. Intorno alle sei del pomeriggio, il treno attira l’attenzione di un automobilista che viaggia parallelamente ai binari, a Nord di Grosseto: uno dei vagoni ha le ruote completamente avvolte dalle fiamme. Il passante dà l’allarme ai vigili del fuoco, che avvertono la Polfer e i soccorsi, una volta fermato il treno, intervengono a raffreddarne i freni. Secondo i magistrati della Procura di Lucca, nel database di Ferrovie non ci sarebbe traccia delle fiamme ma si parlerebbe di un surriscaldamento, problema che sarebbe emerso, per l’azienda dello Stato, durante un normale controllo. Non esattamente durante la corsa del treno e grazie alla casuale prontezza di un passante.

Ilfattoquotidiano.it ha chiesto al gruppo Ferrovie se quanto descritto è corretto e se c’è una spiegazione diversa su quello che hanno detto i magistrati. Per il momento non sono arrivate risposte.

Sono giorni chiave per il processo di Viareggio: lunedì i pm chiederanno le pene per i 33 imputati e le 9 società, italiane e straniere. “E’ stato un processo sicuramente lungo e faticoso, sia per la componente emozionale sia per la complessità della materia – è il commento di Filippo Antonini, uno degli avvocati di parte civile – ma arrivando alle battute finali si stanno delineando in modo netto le responsabilità del gruppo Ferrovie e dei vertici aziendali che non controllavano il materiale rotabile proveniente dall’estero, permettendo che merci altamente pericolose viaggiassero a 100 chilometri orari su convogli vecchi, marci e senza protezioni”.