Il tema è da tempo nei pensieri del numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che ne ha tenuto conto anche nel suo intervento di apertura del G20 di Hangzhou, la settimana scorsa: la disuguaglianza cresce a vista d’occhio. Anche nell’Europa “assediata” dai migranti in fuga da aree del pianeta dove la popolazione è destinata ad aumentare vertiginosamente, fino a raddoppiare entro i prossimi 30 anni. Del resto i numeri parlano chiaro: se il rischio di povertà tra i cittadini Ue nativi misurato da Oxfam oscilla tra il 10 e il 23 per cento, per i migranti siamo intorno al 40 per cento. In pratica i migranti aumentano proprio mentre peggiora la propensione europea a garantire sostegno ai più deboli. Non è quindi difficile intravedere nell’incrocio dei due fattori una bomba a orologeria da disinnescare.

DISUGUAGLIANZA: SFIDA ECONOMICA O CONSEGUENZA DELLA CONCORRENZA? – Eppure per buona parte degli economisti del Vecchio Continente la disuguaglianza non è considerata un tema economico, ma solo la naturale conseguenza della concorrenza. E così nessuno ha ancora messo sul tavolo dei governanti un piano b. Ad ammetterlo non è un pensatore naif o no global, bensì il numero uno dell’importante istituto di ricerca tedesco Diw, il macroeconomista Marcel Fratzscher. “Non vedo ancora un piano. Credo che la necessità sia ancora quella di riconoscere che la crescente disuguaglianza sociale non sia solo una sfida politica, ma anche una sfida economica che deve essere indirizzata attraverso migliori istituzioni, migliore educazione, accesso all’educazione che è una chiave per l’Europa – spiega a ilfattoquotidiano.it a margine del Forum The European House – Ambrosetti a Villa d’Este, Cernobbio – Ma c’è un secondo elemento su cui gli europei sono spesso ipercritici: si lamentano quando molti profughi vengono in Europa per ragioni economiche e dicono che non li vogliono, ma devono capire che con la popolazione africana che nel 2050 avrà raggiunto i 2,5 miliardi (oggi 1,2 miliardi, ndr) e il numero dei poveri che aumenta o accogliamo più profughi o aiutiamo più attivamente a incrementare la crescita economica anche in Africa, riducendo la povertà e quindi la migrazione in Europa”.

Non vedo ancora un piano. Bisogna prima riconoscere che la crescente disuguaglianza sociale non è solo una sfida politica, ma anche una sfida economica

I BUONI PROPOSITI E GLI IMPEGNI MANCATI VERSO IL SUD DEL MONDO – L’ex cancelliere federale austriaco Wolfgang Schüssel, oggi presidente dell’associazione United Europe, ritiene necessario e fattibile un investimento annuo di 10-15 miliardi di euro da destinare ai Paesi di origine dei migranti o a quelli che ospitano i principali campi profughi: “E’ un decimo del bilancio Ue – dice a ilfattoquotidiano.it – per me è possibile, ma richiede il consenso politico. Senza, sarebbe impossibile affrontare il problema”. Tuttavia intese in tal senso esistono da tempo. Come ricorda il giornalista Martìn Caparròs (La Fame, Einaudi 2015), nel 1970 i membri delle Nazioni Unite si erano impegnati a spendere non meno dello 0,7% del loro Pil per aiutare i Paesi poveri. L’impegno è stato ribadito nel 2005. Ma il contributo è fermo intorno allo 0,3%: al di sopra dello 0,8% ci sono solo i tre Paesi scandinavi e il Lussemburgo. Al di sotto dello 0,15% ci sono Grecia, Spagna, Corea del Sud e Italia, promotrice in questi giorni del piano di intervento Ue ribattezzato Migration Compact. Nel frattempo, in seguito alle massicce speculazioni finanziarie, i prezzi delle materie prime hanno subito un’impennata con l’esplosione della grande crisi, milioni di persone hanno pagato caro il balzo del costo degli alimenti base. E’ un rapporto della stessa Goldman Sachs (prima a quotare le materie prime alimentari) ad ammettere che la speculazione su questi mercati ha causato l’aumento vertiginoso dei prezzi.

LA DISPARITA’ INVADE IL VECCHIO CONTINENTE – E mentre il Vecchio Continente si interroga sulle strategie per aiutare l’Africa, un quarto della sua popolazione, 123 milioni di cittadini Ue, è “a rischio povertà ed esclusione sociale, 50 milioni vivono già oggi in stato di grave deprivazione materiale e non hanno denaro sufficiente a riscaldare le proprie case o a far fronte a spese impreviste”. Dati del Rapporto Oxfam 2015 sulla disuguaglianza in Europa del 2015 che sottolinea come sia una delle conseguenze della crisi: “Tra 2009 e 2013 tali soggetti sono aumentati di 7,5 milioni nei 27 Paesi Ue, con un incremento in 19 di essi”. Nel 2013 viveva in povertà il 28% dei minori europei, oltre 26 milioni. In particolare, l’Italia si conferma uno dei Paesi più disuguali, soprattutto se si guarda al rapporto tra redditi da lavoro e capitale. Nel periodo 2007-2011 l’indice che misura la povertà nella Penisola è salito di 3 punti, il quinto maggiore incremento nell’area Ocse. Non solo. L’Italia è tra i 5 paesi dell’Ue dove la povertà estrema è cresciuta di più in termini di percentuale di quanti sono a rischio di deprivazione.

A proposito delle cause del male del nostro tempo, Fratzscher ricorda che, secondo molti studi economici, la causa principale della disuguaglianza “non è la globalizzazione, non è il mercato, non l’apertura. Ma è il cambiamento tecnologico, l’indebolimento delle istituzioni domestiche e una mancanza di equo accesso all’educazione. Questi sono i tre fattori principali dietro la crescita della disuguaglianza e le tre aree dove dobbiamo indirizzarci per ridurla. Naturalmente non si può fermare il cambiamento tecnologico, ma lo si può gestire attraverso gli altri due, per esempio dando più accesso all’educazione, migliorando il sistema educativo, per preparare i cittadini a sfruttare le opportunità del cambiamento tecnologico e rafforzando le istituzioni”.

“LE COSE NON SI AGGIUSTANO DA SOLE” – Parzialmente d’accordo con il collega tedesco, Enrico Letta, anche lui tra i relatori del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Per l’ex presidente del Consiglio oggi preside alla Paris School of International Affairs SciencePo, “nei think thank, nelle università, nei luoghi dove si cerca di riflettere, si pensa. Il problema è che non si affronta la disuguaglianza nei luoghi dove si decide”, sottolinea puntando il dito contro “l’impreparazione politica istituzionale” e invocando “la necessità di mettere in campo nuove idee”. Secondo Letta “il tema delle migrazioni sarà almeno per i prossimi dieci anni la questione chiave. Sarà una questione che coprirà tutto, come è accaduto con il referendum inglese che ha decretato la Brexit: si è partiti dai temi economici ma alla fine è stato il tema dei migranti ad essere discriminante. Questo sta accadendo in Italia, si sovrappone ormai la questione della paura dell’identità rispetto a tante altre questioni. Se non si affronta con un set di politiche di accoglienza, politiche di nuovi strumenti giuridici, economiche di integrazione, di rapporto con i Paesi d’origine, finché la Siria rimane quella che è, sarà impossibile gestire una crisi dei migranti. C’è bisogno di un approccio di grande cambiamento perché accanto a questi temi, nella nostra società è emersa una crescita della disuguaglianza che è la grande questione alla quale la politica deve dare delle risposte e non può accontentarsi di dire ‘è l’economia e si aggiusteranno da sole’, perché non si stanno aggiustando da sole”.

Il problema è che non si affronta la disuguaglianza nei luoghi dove si decide

IL BUCO DELL’EDUCAZIONE EUROPEA – E sulla disuguaglianza crescente l’ex premier ribadisce quella che considera la questione essenziale, “l’investimento in educazione a livello pubblico e privato. La disuguaglianza è innanzitutto disuguaglianza rispetto ai grandi cambiamenti in corso che divide coloro che sentono di avere gli strumenti per stare sull’onda da quelli che non ce la fanno, non hanno avuto la formazione per farcela. E sentendosi spaventati rispondono con il rifiuto”. Tasto dolente in Europa e tanto più in Italia, che secondo il rapporto Bes 2015  “presenta un forte ritardo in termini di istruzione e formazione rispetto alla media dei Paesi europei”, con una percentuale di diplomati tra i 25 e i 64 anni che nel 2014 si attestava al 59,3%, contro la media del 74,9% dell’Europa a 27 e dove “la classe sociale di provenienza continua a condizionare pesantemente la riuscita dei percorsi scolastici e formativi dei ragazzi”. Tanto che il 50% della disuguaglianza esistente tra genitori è trasmesso alla generazione successiva. Ed è il dato più alto tra i Paesi Ocse, insieme a quello del Regno Unito: in Italia, un figlio di manager ha il doppio di probabilità di laurearsi rispetto al figlio dei cosiddetti colletti bianchi: 120% contro il 60 per cento.

“SE CONTINUIAMO COSI’ TRA UN ANNO L’EUROPA NON C’E’ PIU'” – Insomma, servono maggiori investimenti a livello nazionale, ma anche comunitario. Letta rilancia: “Abbiamo due appuntamenti chiave a livello europeo: il 14 settembre Jean-Claude Juncker che fa il suo discorso al Parlamento europeo sull’anno che viene e due giorni dopo a Bratislava i 27 per la prima volta senza l’Inghilterra si riuniscono e dicono cosa vogliono fare per il dopo. Se si riuniscono per dire ‘parliamo delle cose che non ci dividono, andiamo avanti come se niente fosse successo’, secondo me fra un anno non troviamo più niente, l’Europa non c’è più se continuiamo con l’idea che bisogna aspettare le elezioni francesi, tedesche e non bisogna toccare nulla perché le cose vanno bene. L’Europa dello status quo è un’Europa che torna indietro. Io mi aspetto da questi due appuntamenti due cose concrete: si raddoppi il piano degli investimenti (il piano Juncker da 315 miliardi, ndr). Sarebbe una scelta coraggiosa, un segnale chiarissimo. E il secondo uno strumento per i giovani targato Europa sul lavoro. Se ci fosse una partenza di questo genere, darebbero l’idea che hanno capito la lezione della Brexit”.

L’Europa dello status quo è un’Europa che torna indietro

Certo, trovare i soldi è soltanto il primo dei problemi nell’Europa dell’austerity e dei vincoli di bilancio. Ma disuguaglianza significa meno crescita, ad ammetterlo sono ormai anche le più importanti istituzioni internazionali. Analizzando il corso degli ultimi 30 anni, l’Ocse ha constatato che la disuguaglianza di reddito ha avuto un effetto negativo sulla crescita. Tale analisi, riguardante anche 20 Paesi Ue, ha rilevato che in Italia e nel Regno Unito il tasso di crescita cumulativo sarebbe stato maggiore di 6-9 punti percentuali se non si fossero accentuate le disparità di reddito. Uno studio ancor più recente dell’organizzazione parigina sottolinea l’effetto positivo che le politiche sociali di ridistribuzione hanno esercitato sulla crescita economica. Infatti nei Paesi dove i sistemi fiscali e contributivi sono stati utilizzati anche in funzione redistributiva, Germania e Svezia per esempio, il coefficiente che misura la disuguaglianza in termini di ricchezza ha registrato una riduzione. La chiave però non è necessariamente un alto livello di spesa pubblica, piuttosto il grado di progressività dei sistemi fiscali. Ma il gettito derivante dalle fasce più alte dei redditi societari è sceso di 24 punti percentuali tra 2007 e 2013 e la maggioranza dei Paesi ha quasi abolito le tasse patrimoniali e sta riducendo quelle sui redditi da capitale. Il governo italiano, anche a Cernobbio, ha ribadito di escludere l’introduzione di imposte patrimoniali. 

GLI INTERESSI DI CHI RESISTE AL CAMBIAMENTO – “Chiaramente ci sono degli interessi, interessi politici che vogliono mantenere questo stato o alcune imprese che non vogliono la concorrenza per poter mantenere determinati privilegi – ammette Fratzscher – Quindi l’Europa, vale per la Germania come per l’Italia, ha bisogno di istituzioni migliori, di un governo migliore. Questo non significa che dobbiamo distruggere il mercato, bensì che dobbiamo rimuovere gli abusi delle regole esistenti da parte di alcuni players. Non c’è niente di male ad avere un’economia di mercato, che genera crescita, ma ci devono essere regole uguali per tutti che non vengano violate da pochi”. Quanto a proposte arenate da tempo come la Tobin Tax, l’imposta sulle transazioni finanziarie, nonostante alcune perplessità, “credo ancora che sarebbe un passo utile da implementare, solo allora vedremo se funziona o no e se non funziona dovremo cercare un’altra regola, ma almeno non stiamo qui a dire che è difficile”.

Chiaramente ci sono degli interessi, interessi politici che vogliono mantenere questo stato e per fare le riforme devi occuparti di chi perde

Più in generale, però, l’economista tedesco auspica quello che sta tornando di moda in questi giorni in Europa sull’onda lunga del caso Apple. “Sul lungo termine ci vorranno istituzioni globali più forti e regole globali altrettanto forti, ma non possiamo saltare da qui a lì. Dobbiamo arrivarci. Il primo passo da dove iniziare è qui”, sottolinea riferendosi all’Unione e auspicando l’applicazione di una “tassazione unica” comunitaria. “Così le aziende sapranno che se vogliono stare in Europa devono giocare secondo le regole europee. La forza che abbiamo è il nostro potere economico”. Quanto alle lobby finanziarie, tasto dolente sul quale però gli economisti preferiscono non soffermarsi, stime Oxfam riferiscono una spesa media di 73 milioni di euro all’anno nel tentativo di influenzare la Commissione Europea. Si tratta di una somma ragguardevole, 10 volte maggiore di quella spesa dalle organizzazioni della società civile (7 milioni di euro) per promuovere la tassazione delle transazioni finanziarie. L’Oxfam riferisce che un funzionario interno alla commissione ha ammesso in via ufficiosa che per ogni richiesta di incontro ricevuta da un’organizzazione della società civile ne riceve 40 dal settore finanziario.

LE RIFORME DEL LAVORO SENZA RETE FALLISCONO – Secondo il francese Philippe Aghion, docente di Economia presso il Collège de France e la London School of Economics, che non ha nulla in contrario sulla Tobin Tax a patto che sia applicata globalmente per motivi di concorrenza, le resistenze al cambiamento arrivano invece dalle persone che “hanno paura di perdere il lavoro o sono spaventate dalle riforme perché non c’è una rete di sicurezza. Per fare le riforme devi occuparti di chi perde. Questa è la parte più difficile: assicurarti che nessuno venga lasciato lungo la strada”. Una questione non secondaria. “Penso che senza rete sarà molto difficile implementare le riforme strutturali e senza le riforme strutturali sarà molto difficile portare l’Europa fuori dalla bassa crescita”. Vallo a spiegare a governi come quello italiano, dove al Jobs act non ha fatto da contraltare una spinta alle cosiddette politiche attive. Il risultato lo si vede ogni volta che vengono aggiornati i dati sul mercato del lavoro. “Si, ma è perché c’è bisogno di fare di più. Credo tantissimo in due cose: c’è bisogno sia di più flessibilità sia di maggiore sicurezza e più sicurezza significa sostegni alla disoccupazione più generosi”, sottilinea Aghion. Altro tema da spiegare all’esecutivo italiano dove ora in nome della produttività si pensa ad attaccare la contrattazione collettiva, considerata insieme all’equità nell’imposizione fiscale l’ultimo baluardo in difesa dei redditi più bassi.