Jorge Luis Borges, supremo esploratore del dubbio e delle infinite prospettive del reale, amava citare una riflessione del suo adorato Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore e polemista inglese, noto alle masse per la creazione del personaggio di Padre Brown. La riflessione, come Borges la ripeteva, era la seguente: “Tutte le emozioni passano, solo lo stupore rimane”. Intuizione altamente significativa, evidentemente, per l’autore argentino, che in una celebre poesia, Le strade, descriveva le vie della sua Buenos Aires come “quasi rese invisibili dall’abitudine”.

Chesterton fonderà la sua visione del mondo su un Cristianesimo tradizionale, rinnovato nello stupore dell’innocenza primordiale (“Il nostro mondo non morirà per mancanza di meraviglia, ma unicamente per la mancanza del desiderio di meravigliarsi”), fino ad approdare a una strenua e paradossale difesa del Cattolicesimo in uno dei suoi capolavori, Ortodossia, testo in cui teologia e spirito romanzesco si mescolano dando vita ad una impressionante mole di argomentazioni paradossali. Dal suo magistero prenderanno ispirazione alcuni grandi scrittori britannici a lui contemporanei, dotti e prolifici, che affrancheranno gli antichi valori cristiani dalla gelida immobilità dei dogmi per restituir loro la palpitante vitalità, il fascino avventuroso dell’itinerarium dantesco.

Autori legati da grande amicizia, non solo da una comune visione della filosofia e della letteratura. Pensiamo in primo luogo a C.S. Lewis, autore non solo delle celebrate Cronache di Narnia, in cui la figura del Cristo è traslata nel simbolo del leone Aslan, ma anche a Le Lettere di Berlicche, in cui sottili lezioni di teologia inversa sono impartite da un demone veterano che deve seguire nella “formazione diabolica” un giovane diavoletto alle prime armi.

Pensiamo inoltre a Tolkien, che ne Il Signore degli Anelli, libro ben lungi da essere solo un’interminabile saga fantasy, compie una grande opera di sintesi simbolica tra miti precristiani anglossassoni e leggende cristiane, riuscendo a creare uno dei più celebri cicli narrativi dei tempi moderni. Autori che hanno incarnato perfettamente una delle più nobili sentenze di Chesterton: “La dignità dell’artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo”.

Erede di questa tradizione di scrittori testimoni e custodi dello stupore del mondo è senza dubbio Gregoire de Kalbermatten, coltissimo autore svizzero, dai molteplici spunti creativi, in grado di riconciliare nella sua ricerca le dimensioni, distanti solo per chi è schiavo dei pregiudizi, della spiritualità occidentale e quella orientale. Dopo aver dato ampia testimonianza dei suoi studi sul campo nell’ambito delle esperienze yogiche, Gregoire de Kalbermatten ha deciso di profondere la sua conoscenza sottile in un romanzo avventuroso, The Legend of Dagad Trikon. La narrazione si svolge nell’arco di diecimila anni, ritmata da continui colpi di scena, in un crescendo che condurrà il lettore non solo al risolversi di un enigma letterario, ma di una vera e propria agnizione interiore.

Un libro che nulla ha da invidiare per capacità di avvincere i lettori ai romanzi del nostro Valerio Massimo Manfredi, e che, dal punto di vista dell’approfondimento simbolico, straccia nel confronto le facili baracconate di Dan Brown. Amante del paradosso, l’autore svizzero riassume la sua visione filosofica con una brillante battuta: “Il Paradiso è già qui, ciò che sembra mancare ne è la popolazione”.

Come scrive Elémire Zolla (autore proprio della storica e controversa introduzione a Il Signore degli Anelli che presentò il libro in Italia) ne Lo stupore infantile, l’infanzia è “la premessa gloriosa e tradita dell’esistenza”, il “luogo ideale dove si cela l’unità ed estasi da cui ogni sentimento promana”, dove “nasce la conoscenza senza dualità, la filosofia spinta al di là delle parole”.

Romanzi come quello di de Kalbermatten riconducono il lettore non solo allo stupore della propria infanzia, ma ad una dimensione collettiva di innocenza primordiale, come dei viatici intellettuali per esaudire gli Auguri dell’Innocenza di William Blake: “Vedere un mondo in un granello di sabbia/e un paradiso in un fiore selvatico,/ tenere l’infinito nel palmo della mano/ e l’eternità in un’ora”.