Stilettate di carta, insulti, metafore esplicite e l’accusa peggiore: dirigenti di Forza Italia, siete dei falliti. Lo stigma che non lascia spiragli all’interpretazione nasce nell’editoriale di Vittorio Feltri su Libero del 9 settembre e prosegue al convegno Fi di Fiuggi, poi rimbalza di nuovo sul quotidiano e infine rotola su Dagospia. Lo sfidante del direttore è Renato Brunetta, capogruppo dei berlusconiani alla Camera, bersagliato nell’editoriale di venerdì e nel pezzo di Francesco Specchia in prima pagina sull’edizione di oggi. Titolo, didascalico: “Ecco perché Brunetta è un fallito”.

Rewind. L’oggetto del contendere riguarda l’ascesa di Stefano Parisi, benedetto dal Cavaliere che spera nel del manager per ripulire il partito dalle vecchie facce. Almeno nell’immaginario collettivo. La scelta dall’alto non piace a Brunetta, che lo fa sapere dalle colonne del Mattinale – definito da Libero “il suo denso, freudiano, bollettino anti-stress” – con un titolo sibillino: “Quid & Megawatt. Megawatt richiama il titolo della convention di Stefano Parisi in programma il 16 e 17 settembre a Milano (“Megawatt, energie per l’Italia”): un incontro al quale i big azzurri sono persone non gradite perché rischiano di deturpare l’immagine del nuovo-che-avanza Parisi. Quid, invece, è quello che non aveva Alfano e che secondo Brunetta manca pure allo sconfitto di Palazzo Marino.

Da lì si apre il fuoco. Feltri spara ad alzo zero su tutta la classe dirigente forzista, salvando solo Gelmini e Carfagna. Il succo: la guerra in atto in Forza Italia – “tra le cariatidi che si fingono berlusconiane nella speranza – illusoria – di continuare a ricevere benefici dal Cavaliere – è “la rivolta dei falliti”. Il consiglio: i colonnelli forzisti “vadano a nascondersi prima di essere rottamati“. Poi passa in rassegna un paio di componenti del “plotone degli incazzati“: dopo la recluta Toti, a sua volta geloso della “recluta” Parisi, passa a Romani “brava persona la cui fama però è soltanto rionale”. E su capogruppo di Fi la tocca piano: “Il più scatenato è Brunetta che ambiva a impugnare il bastone di comando e che ora invece si trova davanti un signore fino a poco tempo fa ignoto alle folle degli elettori”. Per Feltri il punto è uno: “Piaccia o no Parisi, pur avendo una scarsa esperienza nel mondo dei politicanti professionali, ha dimostrato di possedere la stoffa per guidare Forza Italia“.

Brunetta da Fiuggi si imbufalisce. “Ho letto con amarezza oggi su Libero un editorialazzo di un bravo giornalista che ci dice che siamo tutti dei falliti. Ma fallito a chi? Avevo giurato di non voler rispondere a Vittorio Feltri ma ho deciso di replicare e gli dico: ma come ti permetti? Dai del fallito ad un’intera classe dirigente”. Poi si ricompone rifugiandosi nel principio della critica costruttiva: “Questo ci sia da stimolo per decodificare quello che sta accadendo. Evidentemente il centrodestra unito fa paura, Berlusconi e questo centrodestra fa paura, qualunque cosa è un pretesto per dividerci, ma noi siamo uniti”.

Bandiera bianca? Tempesta finita? No, a Libero meditano la reazione. Che arriva oggi a pagina sette. L’attacco soave, tra i canali di Venezia: “Sui marciapedi di Cannaregio, nella strepitosa ironia dei Dogi, Renato Brunetta è chiamato, da sempre, ‘Spanna montata‘. Che – se ci si pensa – non è un soprannome ma un trattato sociologico. Spanna montata. Dice tutto”. Libero giochicchia e sorteggia alcune sue gaffe. “Il 2 ottobre 2013, dichiarava davanti ai cronisti, col sorriso sprezzante la “sfiducia all’unanimità nei confronti del premier Enrico Letta“; mentre, contemporaneamente, il suo Presidente Berlusconi quella fiducia la votava”. Ancora: “chiamava ‘elite di merda’ la parte dell’ opposizione che non gli garbava, augurandole di ‘andare a morire ammazzata'”; “sfotteva i ‘panzoni‘, gli agenti di polizia che lavorano negli uffici”, “sfanculava un’educata ragazza precaria (“voi siete l’ Italia peggiore!”)“. Poi, l’analisi freudiana: “Il problema è che Brunetta, oltre a cannare i tempi di reazione, vive ormai una dimensione onirica tutta sua della politica. Dal partito gli fanno notare che per vincere occorre la palingenesi?”.

Il nostro allora risponde di nuovo alle accuse e scrive a Dagospia. Più che una lettera, una seduta psichiatrica. Incontenibile. “Ora potrei mandarti affanculo – dice rivolgendosi a Feltri – usando il tuo stile, e finita lì, ma non lo faccio perché in fondo ti stimo. Proprio per questo mi impegnerò in un tentativo di riflessione etico politica nei tuoi confronti, in piena sincerità. Per cercare di spiegare quello che sta succedendo, quello che ti e ci sta succedendo. Ti sei sempre “venduto”, ora come allora, non per soldi ma per arroganza nichilista, alla Marchese del Grillo: “Io so’ Feltri e voi non siete un cazzo”.

Poi una scarica di considerazioni molto personali e poco politiche: “Hai continuato a disfare una vita fatta di relazioni, amicizie, battaglie e ideali”, oggi hai deciso di “comportarti così per sentirti vivo un’ultima volta, rispetto alla mediocrità dei tempi, soprattutto dei tuoi tempi, ed evidentemente a consultivo della tua storia”, “stai cercando la bella morte“, “tutti quelli che hanno lavorato con te e che adesso non ti mollano, come i tanti ‘poveri’ redattori di Libero, semplicemente perché tengono famiglia”. Un inciso sulla strategia editoriale dopo i rilievi post-editoriale di Brunetta a Fiuggi: “Ecco pronta la vendetta, la stanza della tortura, persino con delega vigliacca a un poverocristo di killer che rastrella malamente la fuffa da internet per tirarmi la merda in cui annaspa”. Il fiume in piena non si arresta: “Ti compatisco”, “provo sincera pena per te”, nel 1992 “cavalcasti un giustizialismo assassino”. E gli anticipa che alla fine il No al referendum vincerà: “E tu te ne pentirai, come la prima volta, un po’ più ricco finanziariamente, ma più nichilista e sprezzante che mai. E certamente ancor più disperato“. Chiude con la dolcezza di un “Tuo Renato Brunetta”. Scontri feroci, calunnie sussurrate e colpi bassi. E ora, rimane un solo mistero: se Feltri risponderà sul suo giornale o su Dagospia.

(foto del 2006 durante la presentazione del volume “Giù le mani dalla nostra libertà” curato da Renato Brunetta e Vittorio Feltri)