La cosa peggiore non è stata il viaggio, anche se avevamo paura in 125 stipati su uno gommone Zodiac che era stato montato sotto i nostri occhi e affidato alla guida di due piloti improvvisati, due di noi migranti. No, la cosa peggiore sono stati i giorni passati nelle grinfie dei soldati della marina – o almeno così si definivano – che controllano Zawia, da dove siamo partiti. E pensare che ormai ci avevano già tolto tutto, già rubato tutto quel poco che ci restava. Perché erano cosi violenti?”.

Arnold Ali è un trentenne della Costa d’Avorio, sbarcato da pochi giorni dalla Libia, ora ospite di una comunità a Cerea (Verona).È quasi euforico per gli scampati pericoli, ha voglia di sfogarsi nel racconto, soffre nei dettagli più dolorosi. “Avevamo passato la notte a entrare in Libia, camminando in una sorta di deserto, accompagnati dal passeur. Poi siamo stati consegnati a dei soldati che ci hanno chiusi in un edificio e preteso 600 euro a testa, che più o meno avevamo previsto, dopo i soldi dati al passeur. Non ci aspettavamo però che arrivassero degli altri soldati che ci hanno portati in un altro posto dove ci hanno letteralmente spogliato per prenderci quei pochi soldi che ancora avevamo nascosto addosso. Ci hanno caricato in un grosso camion e nascosto dentro e dopo un po’ di viaggio ci hanno fatti uscire vicino al mare, dove c’era una grande casa sporca e molta gente che aspettava di partire”.

Arnold, come tutti gli altri, non aveva più un cellulare non poteva fotografare. Pensava di essere a Sabratha. “Eravamo vicini a tre battelli della Marina (lui dice Marina ma è la milizia che controlla Zawia, ndr); accanto a questo lurido edificio dove eravamo ammassati senza docce né toilette ricordo un muro romano antico, o così mi pareva, e una pila di carcasse di auto vecchie. Accanto anche una pompa di benzina. Per farla breve, sono stato lì una settimana quasi senza che ci dessero da mangiare, senza avere la possibilità di lavarsi e di andare al cesso, ogni giorno ci picchiavano, soprattutto i cristiani come me, la sera violentavano le donne, sparavano spesso per spaventarci ma due giovani li hanno feriti davvero con le pallottole. La situazione era talmente spaventosa che sei giovani sono scappati via da questa specie di campo. Erano arrivati fino lì e pagato per arrivarci e partire per l’Italia e invece sono scappati!”

Arnold ha poi raccontato che “ordinavano ai partenti musulmani di picchiare i cristiani”. Come confermato da Traorè Lacinè, trentenne ivoriano come lui, ma di fede musulmana. Prima di incontrarsi in questo cosiddetto “campo” Traorè era stato in prigione in Libia. Il giovane era a Zawia già da giorni e aveva partecipato a un primo viaggio fallito, il grande canotto era tornato indietro. Anche Traorè è stato pestato perché considerato responsabile del fallimento del tentativo di traversata. “Ci trattavano malissimo, in pratica non riuscivo neanche a fare le preghiere. I musulmani di cui parla Arnold a cui ordinavano di picchiare i cristiani erano solo alcuni, ricordo gambiani e sudanesi, ma alcuni che parlavano arabo come i nostri guardiani. Alcuni con cui si intendevano di più, e che ci sembra che lo facevano quasi volentieri, di picchiare i cristiani. Sono come dei nazisti, questi soldati che ci tenevano in questo modo a Zawia”.

Alla sera, concordano i due testimoni, i “marinai” prendevano le donne e le facevano passare nei loro veicoli militari, dove le stupravano. Donne che poi sono state lasciate partire come gli altri. I momenti peggiori? “Innanzitutto le notti, perché all’improvviso, senza un motivo si mettevano a sparare per aria o ai soffitti. E dato che un paio di volte, di giorno, hanno sparato invece ferendo qualcuno, la paura era tanta e non solo lo spavento per il rumore. Poi l’ultimo giorno a un gruppo di migranti, tra i quali c’ero anche io, ci hanno costretto a mangiare la sabbia. E intanto ci colpivano, a calci e pugni. Fa molto schifo mangiare la sabbia. Ridevano. Sono molto giovani e sembrano così, cattivi per natura”.