L’avvocato Pierpaolo Zambella è un professionista eccezionalmente versatile che non si tira indietro davanti a niente. Nel suo curriculum non c’è solo la partecipazione all’associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, ipotizzata dalla Procura di Piacenza nell’ambito dell’inchiesta che giovedì 1 settembre ha portato otto persone agli arresti, tra i quali gli esponenti della famiglia di imprenditori piacentini Dorini. Già nel “sistema” di trasferimento in Bulgaria per aggirare l’incriminazione per bancarotta ideato da Vittorio Petricciola, il legale non fa una piega quando il commercialista spezzino gli propone la partecipazione ad un affare nell’ambito dei rifiuti e, in particolare, all’utilizzo di un capannone di Voghera per lo stoccaggio e lo smaltimento di “una colonna di roba che sta arrivando”, avvertendolo del fatto che è però coinvolta la criminalità organizzata. “Te puoi anche dire ‘guarda Vittorio, ti ho visto volentieri, è stato un piacere il caffè guarda al prossimo giro, per adesso passo'”, premette il commercialista in una telefonata intercettata e finita nelle ordinanze degli arresti piacentini. “No … io rischio”, replica l’avvocato.

Del resto, ha sottolineato il numero uno della Dia di Genova, il colonnello Sandro Sandulli, dopo gli arresti, il legale non solo aveva collegamenti con ambienti massonici (nell’ordinanza si parla della sua appartenenza “ad una sorta di ristretta cerchia di soggetti, definiti con l’appellativo di ‘fratelli’”), ma aveva anche “strettissimi rapporti con un affiliato della cosca calabrese Grande Aracri a Reggio Emilia”. Il riferimento è ad Annibale Astio, cugino di Vito Martino, considerato un elemento organico al potente clan della ‘ndrangheta “Grande Aracri”, che opera a Cutro con propaggini nazionali a Bologna, Parma, Reggio Emilia e Mantova. Nell’ordinanza si legge come Astio nell’estate del 2015 si fosse rivolto a Zambella perché in grave difficoltà dopo che gli erano stati rubati 40mila euro dall’auto mentre si era allontanato dal veicolo per comprare del materiale. Il denaro “era destinato ai legali ed ai famigliari di esponenti di un clan mafioso detenuti, e il tipo di aiuto che egli richiede al professionista, ossia quello di recuperare in qualsiasi modo una somma di denaro equivalente”, si legge nell’ordinanza che ha disposto l’arresto del legale. La questione era comprensibilmente molto delicata e pressante per Astio, tanto da fargli minacciare i negozianti del circondario per avere delle immagini tratte dalle riprese delle telecamere esterne per poter risalire all’identità del ladro. Più diplomatica la soluzione proposta da Zambella: creare uno scoperto di conto corrente, eventualmente anche attraverso un contratto d’appalto da richiedere ad un non meglio precisato “consorzio”.