E’ curioso notare come ogni qualvolta esca un nuovo brano dei Metallica si parli di tutto tranne che del “nuovo” brano dei Metallica. La fila di quelli che non vedono l’ora di tediare il prossimo incupendosi a discutere del suono della batteria di Lars Ulrich, della partnership recentemente siglata con la griffe Brioni o dell’annosa questione-evergreen Napster è sempre folta e lunga. Per questo, credo che a pochi giorni dall’annuncio del nuovo album Hardwired… To Self-Destruct valga la pena porsi una domanda: ha senso un nuovo album dei Metallica? E, parlando sempre di grandi nomi (i pochi rimasti): ha senso – più in generale – sfornare ancora dischi al giorno d’oggi?

La riflessione nasce dalla lettura (la mia) di diversi articoli e testate reperibili online conditi nel finale dalla solita e prevedibile schiera di commenti tanto rétro quanto puerili, legati gli uni agli altri dal comune denominatore di una nostalgia di un tempo e di una musica che la maggior parte delle persone in cerca di protagonismo ha scoperto e ascoltato – come me – anni e anni dopo l’esplosione di certi fenomeni di culto.

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L’ascoltatore e il lettore poco informato, ancora prima che scagliarsi contro i beniamini di un tempo (rei confessi di aver tradito le sue aspettative), dovrebbe mettersi nella condizione di capire che per qualsiasi gruppo (e tanto più questo vale per le band che nel tempo hanno assunto dimensioni di vere e proprie multinazionali) spedire un disco sul mercato al giorno d’oggi significa praticamente non avere margini di guadagno. Certo, non parliamo di un atto di beneficenza nel senso stretto del termine ma ci siamo molto vicini: più vicini di quanto non vi piaccia spesso pensare o credere.

Non storielle, ma fatti: quando nel tardo 2007 la Geffen entrò finalmente in possesso del master di Chinese Democracy dalle mani di Axl Rose impiegò quasi 1 anno a farlo uscire bypassando qualsiasi tipo di impegno promozionale (videoclip in primis) con la consapevolezza, tardiva, che i 13 milioni di dollari investiti in produzione non sarebbero mai tornati indietro. Più o meno la stessa cosa è accaduta recentemente ai Megadeth, che per autoprodurre l’ultimo Dystopia sono arrivati al punto di offrire lezioni di chitarra a pagamento e visite (anche queste tutt’altro che gratis) in studio nel mentre i nuovi brani prendevano forma, con grande disappunto dei fan (sempre loro) della primissima ora.

In Italia la misura di quello che è diventato il mercato discografico la dà il fatto che Daniele Silvestri abbia raggiunto (con l’album Acrobati) il disco d’oro grazie alle 25.000 copie vendute entrando, per giunta, direttamente alla numero 1 e per la prima volta in 30 anni di carriera, quasi sicuramente con il suo lavoro meno fortunato. Ancora più illuminante è forse il caso dei Radiohead, che dai tempi di In Rainbows (2007) hanno scelto di ammortizzare costi e perdite creando società ad hoc per ogni nuova uscita: perdite, pure qui, straprevedibili specie per un gruppo che coltiva ancora oggi rancore per tutte le forme e piattaforme di musica cosiddetta “liquida”. Eppure è lo streaming a far quadrare i conti, tanto da costituire ormai una voce fondamentale nelle classifiche di tutto il mondo.

Alla luce di tutto ciò, essendo ormai l’acquisto e il consumo di musica diventati un qualcosa per “pochi eletti” e intimi interessati (per non dire fissati), sarebbe il caso secondo me di accogliere ogni nuova uscita – almeno quelle che riescono ancora a fare notizia – con ben altro entusiasmo: viste pure le premesse (di cui sopra) tutt’altro che confortanti. La rivoluzione necessaria cominciata anni fa con Napster e WinMX ha avuto il merito di rivedere le politiche discografiche e rendere la musica un fenomeno di interesse davvero collettivo, contribuendo però a distogliere – per tornare a bomba – l’attenzione dall’oggetto dell’ascolto: ovvero i dischi e le canzoni.

A far notizia sono ormai il taglio di capelli, le copertine (qualcuno già dice) copiate, l’ultima linea di magliette e la birra che al massimo si può scegliere di non bere. Anni fa ci saremmo fatti balzare il cuore in gola – pur con tutte le polemiche che sarebbero comunque seguite – alla notizia di un nuovo disco dei Metallica: ora siamo ridotti a fare le pulci ai nostri artisti preferiti. Perché? Perché nel frattempo i veri borghesi siamo diventati noi. Quindi, ripeto: ha senso far uscire un nuovo album nei tempi in cui a destare interesse è tutto fuorché la musica? Annunci come quelli dei Metallica andrebbero colti per quello che sono, e cioè una lieta novella, un pretesto per tornare giovani se non addirittura adolescenti, un passo indietro ai tempi in cui le file fuori dai negozi di musica erano un male necessario e un pretesto buono per saltare l’interrogazione di biologia. E se pure sarà un disco pessimo, avremo tutto il tempo del mondo per parlarne male. Dopo, non prima. Evviva gruppi come i Metallica dico io, perché da morti come da vivi ci costringeranno, alla fine, a masticare musica.