Le intercettazioni informatiche tra presenti saranno più difficili di quelle ambientali. La stretta arriva grazie a un emendamento del Pd approvato, a notte inoltrata, in commissione Giustizia al ddl sulla riforma del processo penale. Fatti salvi i reati di mafia, terrorismo le intercettazioni – che prevedono l’uso del Trojan, il programma-virus che se inserito nel telefonino o nel pc consente di spiare anche attraverso le immagini – saranno “consentite soltanto qualora ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”. Mentre per quanto riguarda le intercettazioni ambientali allo stato sono consentite “solo se vi è il fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”. Una differenza lessicale e di forma che, di fatto, potrebbe avere conseguenze nella sostanza. L’allarme lanciato dal Movimento 5 Stelle viene respinto dal Pd. Ma i testi a confronto appaiono interpretabili.

“Intercettazioni informatiche più difficili”
Per il senatore Mario Michele Giarrusso è stato creato un “doppio binario. Mano libera agli inquirenti per mafia e terrorismo, chiusura totale per gli altri reati. Si tratta di un marchingegno diabolico perché è prevista di fatto la prova piena della commissione di un reato. Se fino ad oggi il magistrato poteva ricorrere all’uso delle intercettazioni davanti al fondato motivo del compimento di attività criminose, per il futuro occorre avere la certezza che si stiano compiendo attività illecite. In sostanza, tutte le volte in cui i criminali organizzano una cena a casa di qualcuno di loro per parlare di mazzette, appalti, voti di scambio, ecc… non potranno più essere intercettati, perché nessuno avrà la certezza che i loro discorsi siano di carattere illecito e se un politico passa a una festa per salutare un mafioso e viene intercettato non potremo saperlo”.

Felice Casson (Pd), uno dei relatori e vicepresidente della Commissione, interpellato dal Fatto.it prima dice che “lo schema delle intercettazioni ambientali è tale e quale all’articolo 266 del codice di procedura penale” poi aggiunge che “nella prassi corrisponderanno” e infine nel testo “non si parla di certezza in quanto non è indicato il grado di certezza e che basterà motivare“. Alla domanda se questa differenza lessicale potrebbe essere interpretata a favore di chi commette un reato Casson spiega che “forse sarebbe meglio usare la stessa espressione, ma comunque le due situazioni sono corrispondenti”.  Successivamente è arrivata una nota a firma di Casson e del capogruppo del Pd in commissione Giustizia Giuseppe Lumia: “Evidentemente il senatore Giarrusso ha letto male il testo della norma in tema di intercettazione mediante captatori informatici che, letteralmente, è “sempre ammessa nel caso di cui all’art.51 3-bis e 3-quater del codice di procedura penale” e cioè, tra gli altri, per i delitti di mafia e terrorismo”. “Fuori da tali casi” è consentita per tutti i reati indicati nella norma generale di cui all’art.266 (compresa la corruzione) e nei luoghi di privata dimora soltanto qualora ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”.

Ma il riferimento all’articolo 266 non compare nel testo come si può vedere dalla foto che il senatore pentastellato ha postato sul suo profilo Facebook. Al momento è l’unico testo esistente.

I requisiti tecnici saranno decisi dal ministero
Nell’emendamento secondo il M5s ci sono altre criticità ovvero i requisiti tecnici richiesti che dovranno essere stabiliti con un decreto ministeriale. “I magistrati non potranno più essere liberi di utilizzare i sistemi informatici che ritengono più idonei per procedere con le intercettazioni telefoniche, ma dovranno attenersi scrupolosamente alle indicazioni che dovrà fornire il ministero della Giustizia circa il sistema e il criterio da attuare. Le procure – incalza Giarrusso – dovranno utilizzare quelli che indica il decreto. Ci sarà la tentazione di dare agli investigatori una bicicletta quando hanno invece bisogno di una Ferrari. Cioè, un politico, il ministro, deciderà quale programma informatico potranno usare i magistrati per le intercettazioni. Ovviamente, non abbiamo dubbi, che questi politici sceglieranno il programma migliore, il più efficace, quello più resistente alle contromisure. Il tutto -conclude – pubblicato in Gazzetta ufficiale, così per chi non ne fosse a conoscenza, sarà ben informato da quali programmi dovrà difendersi per non essere intercettato. Un altro fatto: se il ministero tarda a emanare la circolare con l’indicazione del sistema informatico individuato, i magistrati non potranno procedere alle intercettazioni, ponendo fine alle loro indagini”.

“Norma bavaglio salva-politici”
Maurizio Buccarella (M5s), vicepresidente della Commissione, invece si dice preoccupato per i 4 anni previsti dall’articolo 36: “Non parliamo di bavaglio (perché nella norma sono esclusi i giornalisti, ndr), ma per esempio impedirà ai cittadini di fare riprese durante un consiglio comunale e poi diffonderle su Twitter e Facebook”. Per il senatore “esiste già la legge sulla privacy e si corre un grande rischio con la legge delega tra l’altro non richiesta dai magistrati”. Molto critico anche il capogruppo in commissione Giustizia Enrico Cappelletti che invece parla esplicitamente di bavaglio: “… Così si potrà evitare che possano giungere all’opinione pubblica ulteriori notizie di fatti gravi come quelli che hanno portato alle dimissioni, non senza vergogna, di ben tre ministri in questa legislatura”. Ma non solo il comma prevede anche che “non possano essere in alcun modo conoscibili, divulgabili e pubblicabili i risultati di intercettazioni che abbiano coinvolto occasionalmente soggetti estranei ai fatti per cui si procede”. Se una norma come questa “fosse già entrata in vigore – osserva Cappelletti – probabilmente non sarebbe mai venuta fuori una vicenda come quella che ha visto protagonista il fratello di Alfano” o “tanti altri episodi” emersi dalle recenti inchieste che per quanto non inerenti alle indagini hanno comunque “una rilevanza per l’opinione pubblica. La verità – commenta – è che viene spacciata per norma a tutela della privacy e dei comuni cittadini una norma che invece andrà a tutelare politici, membri del governo ed amministratori pubblici. Dove Berlusconi non era mai riuscito, arriva Renzi”. Su quest’ultimo punto “c’è stata un evoluzione – spiega Casson al Fatto.it – Io ero per cancellarlo. Ci siamo rimessi al voto della Commissione, in quel momento era presente anche il ministro Orlando. C’è stata una pausa e poi si è tornati indietro. La questione è ancora aperta“.

A Cappelletti replica, tramite una nota, poi senatore del Pd Giuseppe Luigi Cucca: “I magistrati avranno come prima, se non più di prima, la facoltà di predisporre tutte le intercettazioni che riterranno più opportune. Quello che non sarà possibile fare, sarà la divulgazione dei precisi riferimenti alla vita personale dei soggetti indagati o intercettati. Mi sembra un principio dal quale non si sarebbe dovuto derogare neanche in passato e tra l’altro segue le indicazioni che sono state date dal Consiglio superiore della magistratura”. Ma i magistrati auditi in commissione avevano chiesto di non procedere con un intervento legislativo.